Può bastare semplicemente una posizione diversa con uno spostamento di 20 metri di un giocatore rispetto ad un altro per cambiare i destini di una squadra rendendola da fragile e disomogenea a imbattibile e moderna? Il 90% degli uomini di calcio direbbero di no. Lo strano caso di Paulo Fonseca e della sua Roma sconclusionata che ha trovato all'improvviso la quadratura dopo L'inserimento di un difensore a scapito di un trequartista, sia pure all'interno di una continuità nell'impostazione tattica offensiva, potrebbe essere studiato sui banchi di Coverciano. Potenza di una variazione tattica, quella strana parolina che resta così indigesta a chi vuol fare del calcio un mistero buffo senza troppe chiavi di lettura, ma che alla fine può arrivare ad incidere in maniera tanto significativa sulle sorti di una squadra. Certo, accanto a tanti altri fattori. Eppure, tra tutti, per la Roma sembra essere quello determinante.

da Milano a Napoli

Lo scorso 28 giugnonell'analisi della sconfitta di Milano contro una squadra, quella rossonera, che allora appariva assai più fragile di quella che si sarebbe poi rivelata nelle settimane successive, sembravano evidenti alcune incongruenze tattiche: intanto era troppo alto il rischio di sbagliare per i giocatori della Roma nella costruzione dal basso, con una tale frequenza di errori da pensare che ci fosse una correlazione anche con un evidentemente inefficace scaglionamento sul campo; e poi c'era troppo campo per le transizioni avversarie, che spesso risultavano letali e frutto di sbagliate, o quantomeno superficiali interpretazioni nelle marcature preventive. A precisa domanda, Fonseca negò che fossero questi i guai e insistette con lo stesso schieramento, con curiose scelte individuali per la formazione che quattro giorni dopo si arrese all'Udinese, con pessime prestazioni di tutti gli uomini schierati: Il Romanista assegnò 4 a Bruno Peres e a Fazio, 5 a Kolarov e Smalling, addirittura 3 a Perotti per via dell'espulsione che lasciò la Roma in 10 dopo mezz'ora di gioco. Raggiunta a quel punto la convinzione che oltre ad aver definitivamente smarrito la strada per la Champions League, in quella maniera Fonseca potesse mettere in discussione addirittura il quinto posto buono per l'Europa League, alla vigilia della partita con il Napoli si decise al grande passo: difesa a tre e centrocampo a cinque. Qualche miglioramento si vide, ma ancora le cose non funzionavano. L'impostazione fu prettamente difensiva, il baricentro troppo basso, quasi nulla la produzione offensiva. Solo dalla partita successiva si arrivò all'assetto definitivo, con tre difensori centrali, quattro centrocampisti, due trequartisti e una punta. Risultato? Sette partite, sei vittorie e un pareggio (con l'Inter, con l'errore di Spinazzola nel finale a far sfumare una vittoria acquisita), 20 gol fatti (quasi tre a partita), 8 subiti (poco più di uno a partita) e sette gare consecutive in cui la squadra ha segnato almeno due reti. Non accadeva dall'inizio del 2016, quando con Spalletti la Roma azzeccò un segmento di otto partite con almeno due gol, e alla fine fu terzo posto.

Più bella a 4?

Eppure Fonseca proprio mercoledì, nel post partita di Torino, ha detto che lui preferisce la difesa a 4. Probabilmente la sua è una valutazione puramente estetica: il suo 4231, anche nelle varianti del 433, è un sistema più bello perché più spudorato, indubbiamente più offensivo, e se interpretato da giocatori di grande qualità anche difensive, è anche decisamente più spettacolare. Il 3421, sia inteso in maniera più offensiva come nel caso della Roma, più muscolare come nel caso dell'Atalanta, più sparagnino come nel caso del Verona, è un modulo che intanto "disturba" la manovra avversaria, dunque resta di impostazione, almeno filosoficamente, difensiva. Deve essere per questo che a Fonseca piace meno anche se al momento è nettamente il più produttivo. È sotto gli occhi di tutti come la Roma oggi difenda meglio, attacchi con tante opzioni, esalti il valore prettamente offensivo dei suoi esterni a tutta fascia, sia pure sull'altare del sacrificio delle ali della rosa che, non a caso, da quel giorno hanno trovato pochissimo spazio, soprattutto quelli meno attenti alle variazioni tattiche, come Ünder e Kluivert.

La gestione del vantaggio

L'altra grande novità è che questa squadra adesso sa anche gestire un risultato di vantaggio. Ad esempio, a Torino, in una partita dominata assai più del risicato 2-3 finale, la Roma per larga parte del secondo tempo ha tenuto gli avversari lontani dalla propria area di rigore anche con una gestione non scriteriata della sua azione offensiva. Ha abbassato leggermente il proprio baricentro, ma non ha mai subito azioni pericolose e, al contrario, ne ha costruito diverse che avrebbero potuto anche chiudere la questione prima del tempo, in un caso anche segnando una rete apparsa ai più regolare e poi vanificata solo dal centimetro rilevato dal Var riguardo la posizione di Dzeko. Tutto questo all'interno di una serata in cui i difensori non hanno neanche particolarmente brillato, essendo rimasti tutti al di sotto dello standard del 50% dei contrasti difensivi vinti. Va però sottolineata ancora una volta la partita di Kolarov, a dispetto di una carta d'identità che dovrebbe svantaggiarlo rispetto a ben più giovani compagni di squadra e di reparto. Ma certe performance non si ottengono per caso: quando si dice che il serbo è uno straordinario professionista evidentemente non sono solo parole vuote o di non richiesto conforto. Ciò che stiamo vedendo è nei fatti. Complimenti al giocatore.

Un'idea per Veretout: Mancini

Resta solo da capire come la Roma affronterà il Siviglia dovendo rinunciare al più dinamico dei suoi centrocampisti, Veretout. A Torino Fonseca ha provato la coppia Diawara-Cristante, ma in alcuni momenti si è sentita la mancanza del dinamismo del titolare, l'unico con quelle caratteristiche nella rosa della Roma. Una soluzione è stata già sperimentata da Fonseca nel corso dell'anno: potrebbe essere l'avanzamento di Mancini a centrocampo al fianco di un regista, ma solo se l'allenatore avrà la disponibilità di Ibanez, Kolarov e soprattutto Smalling. Oppure c'è un'altra ipotesi: l'arretramento sulla linea dei centrocampisti di un trequarti tipo Pellegrini (o Zaniolo), ma è meno probabile. Gli stessi due, con Perez, si giocheranno il terzo posto in attacco. Dzeko e Mkhitaryan non li toglierebbe mai.