Se fosse davvero possibile ridurre quel mistero gaudioso che è il gioco del calcio a solo un paio di formulette scritte potremmo affermare con ragionevole certezza che la sconfitta della Roma a San Siro abbia fondamentalmente due ragioni essenziali: una di natura tecnico-tattica e un'altra di natura prettamente psicologica. Provate a seguirci in questo viaggio all'indietro, tornando solo per il breve spazio di questo articolo all'infernale canicola delle 17,15 di domenica, e valutate se gli elementi esposti si possano considerare utili a capirci qualcosa in più.

L'aspetto tecnico-tattico

Anche se nel calcio le considerazioni di natura tattica e quelle di natura tecnica spesso sono decisamente distinte tra loro, a volte abbiamo la sensazione che nella Roma di Fonseca i due elementi siano strettamente connessi. Non si spiegherebbe altrimenti l'ingiustificabile mole di errori di rifinitura che coinvolge calciatori che per caratura e ingaggio vengono considerati assolutamente al di sopra della media della Serie A. Se però giocatori diversi tra loro come Diawara, Kolarov, Bruno Peres, Cristante, Pellegrini, Zappacosta, Spinazzola, Mancini, Smalling e chissà se stiamo dimenticando qualcuno, continuano a ripetere errori banali che finiscono poi per incidere anche sul risultato proprio come è capitato a Milano, non si può escludere che ci sia un elemento per così dire esterno che incide in questa significativa maniera.

Ed escludendo, almeno per questo riflesso, che la concausa sia di natura mentale, visto che negli stadi vuoti almeno la pressione ambientale è indubbiamente inferiore, o nulla, possiamo ipotizzare che qualcosa nella Roma non stia funzionando a livello tattico. Non per caso, nell'intervista concessa al Romanista nei terribili giorni del lock-down, proprio l'allenatore della Roma Fonseca aveva speso inconsuete parole di conforto all'ipotesi di cambiare la struttura tattica della squadra volgendo a tre la linea difensiva, per un cambiamento che avrebbe avuto il sapore di una rivoluzione.

Nelle esercitazioni svolte dopo la ripresa della stagione qualcosa però deve aver convinto Fonseca che il cambio di sistema portava con sé troppe incognite difficili da dirimere in così poco tempo e senza test strutturali. Ma adesso potrebbe essere arrivato il momento di rivalutare quei cambiamenti visto che nei due casi sui due al momento disponibili proprio dal punto vista tattico la Roma ha mostrato qualche crepa, esponendo il fianco ad avversari non irresistibili come la Sampdoria di Ranieri e il Milan di Pioli. Succede troppe volte che gli esterni della difesa romanista facciano brutte figure che incidono pesantemente sui giudizi delle loro prestazioni. Nei due ruoli si sono alternati quest'anno tanti giocatori diversi, da Florenzi a Bruno Peres, da Santon a Zappacosta, da Kolarov a Spinazzola, e ci ha giocato anche Cetin, nessuno dei quali ha mai convinto l'allenatore e la critica. Forse solo Kolarov è sicuro di giocare quando sta bene e pure anche lui non è rimasto immune rispetto alle critiche sulla tenuta difensiva. Qualcosa, dunque, probabilmente ha a che fare con un sistema che prevede che gli esterni cosiddetti bassi siano in realtà tra i giocatori della Roma più offensivi dell'intero scacchiere.

Se questo fornisce indubbiamente delle armi da sfruttare nelle transizioni offensive, e anche a San Siro se ne sono create di potenzialmente pericolose poi vanificate da certa mancanza di determinazione nella rifinitura o nella conclusione, dal punto di vista delle transizioni negative l'effetto è invece un mezzo disastro. Basta un errore in palleggio e la Roma si ritrova invariabilmente esposta alle incursioni quasi sempre letali degli avversari. E successo con la Sampdoria, ma Dzeko ha rimediato, è successo col Milan quando non c'era più tempo per farlo. I terzini della Roma sono, per così dire, senza rete. Anche a San Siro in occasione del primo gol si è creata dapprima una superiorità sull'errore di Zappacosta, poi, anche a causa del mancato intervento di Cristante sul difettoso controllo di Rebic, se ne è creata un'altra sul cross di Paquetà ad attaccare l'area e due soli centrali, con il supporto di Veretout, a difendere, fino all'inevitabile gol del croato.

E anche nel secondo gol la penetrazione da cui è nato l'ennesimo errore tecnico, ancora di Diawara, è avvenuta senza l'opposizione del terzino destro. Quale potrebbe essere la soluzione dei problemi? Dal punto di vista tattico proprio il ricorso alla difesa a tre potrebbe consentire a Fonseca di conservare le armi offensive degli esterni, protetti da un marcatore puro in più, individuando il sistema migliore per poter comunque garantire adeguata presenza offensiva nella zona di rifinitura. In questo senso il ritorno ormai prossimo di Zaniolo potrebbe essere una manna: con tre centrali, due esterni e due centrocampisti, in un sistema di gioco tipo quello dell'Atalanta , la Roma avrebbe una serie di mezze punte a disposizione - Perez, Under, Zaniolo, Pellegrini, Mkhitaryan, Pastore - da ruotare al fianco di Dzeko, senza che le marcature preventive possano mai risentirne.

La questione mentale

C'è poi un profilo da non trascurare che fa riferimento ad alcuni aspetti psicologici che vengono evidentemente sottovalutati, forse anche dall'allenatore. Manca nella Roma del 2020 quella caratteristica carica agonistica che aveva invece contraddistinto gli ultimi mesi del 2019. Anche a San Siro, nel secondo tempo si è vista troppa arrendevolezza, sia pur con la giustificazione del fattore climatico, quasi come se si aspettasse solo l'episodio favorevole, che in certi casi inevitabilmente arriva, ma in negativo.

Chi deve trasmettere questa carica? Quale martellante vocina nel cervello avrebbe dovuto consigliare a Cristante di intervenire su Rebic dopo il mancato controllo sull'avventato retropassaggio di Zappacosta per evitare guai maggiori in una situazione di potenziale pericolo? E perché abbiamo dovuto vedere i giocatori della Roma scossi e all'improvviso rianimati solo dopo il vantaggio del Milan quando ormai le forze stavano realmente abbandonando i muscoli dei protagonisti? Perché quell'impulso non è arrivato prima, magari dopo l'intervallo, o magari nei sonnacchiosi momenti di metà secondo tempo? E perché lo abbiamo notato in ragazzini ancora imberbi tipo il promettente belga Saelemaekers, e non nei calciatori in maglia blu? Qui a volte si tenta di dare delle risposte, ma la sensazione è che spesso basterebbe porsi le giuste domande per essere già a buon punto della risoluzione del problema.