A dar retta ai numeri, il Chievo sembra aver retto il confronto con la Roma nella sfida di sabato pomeriggio, ma come spesso bisogna ricordare (a chi poi solo sui numeri vuole costruire assiomi insostenibili), i numeri non possono dare spiegazioni decontestualizzate, semmai aiutano a capire meglio certe realtà, che spesso però sono svelate meglio dal risultato e da quello che gli occhi degli osservatori riescono a cogliere.

I numeri della partita

In una sfida come quella dell'Olimpico, è apparso evidente a tutti il predominio romanista in ogni aspetto della gara: per il risultato finale (4-1), ovviamente, ma anche più semplicemente per il numero di occasioni sommate (6 + 4 gol contro 2 + 1 gol), per il numero di pali (2 a 0) e anche per i "volumi" di gioco mostrati. Eppure nell'analisi del match alcuni aspetti sono risultati in equilibrio alla fine, dal numero globale dei tiri (15 a 12), al possesso palla (un tempo a testa), dai palloni giocati (663 a 579) a quello dei passaggi (488 a 423), con posizioni di baricentro stranamente timide per la Roma (43,4 , più basso di 7 metri rispetto a quello degli ospiti) e con un numero di parate addirittura superiore di Alisson (5) rispetto a Sorrentino (3). Non si può dimenticare, però, che la Roma è rimasta in dieci all'inizio del secondo tempo e che, scampato il pericolo del dimezzamento dello svantaggio grazie alla parata di Alisson sul rigore di Inglese, ha ribadito subito la sua superiorità segnando il terzo gol con El Shaarawy e poi il quarto con Dzeko, con verticalizzazioni rapidissime e reti spettacolari. Lasciando successivamente qualcosa nel campo della quantità delle giocate agli avversari che poi a tempo scaduto hanno trovato anche la rete della bandiera. Ma il risultato non è stato mai in discussione, se non nei secondi passati dall'assegnazione del rigore (con rosso a Jesus) all'intervento di Alisson. E anzi, i giallorossi hanno mostrato di essere fisicamente tirati e pronti per l'impegno di Champions League: la risposta migliore per l'allenatore.

Al lavoro per i Reds

Superata con disinvoltura la parentesi campionato, Di Francesco si è ributtato sull'impegno di Champions, con la preparazione della partita più importante dell'anno. Sfumato l'effetto sorpresa (difficilmente Klopp e i suoi giocatori sottovaluteranno i giallorossi dopo aver visto la rimonta col Barcellona) e con le scelte limitate per via delle estemporanee indisponibilità (Perotti sicuro e forse anche Strootman, oltre a quelle note di Karsdorp e Defrel), l'allenatore non fa più mistero sul sistema di gioco, da qui a fine stagione: sarà 433, proprio come quello del Liverpool. Di Francesco ha deciso così perché a questo punto della stagione vuole dare maggiori certezze tattiche ai suoi giocatori, senza confonderli ulteriormente con altri sistemi e nuove esercitazioni specifiche a Trigoria.

La Roma contro il 433

In questa stagione la Roma ha giocato finora dodici volte contro squadre schierate con il 433, ma in due di queste occasioni Di Francesco non scelse a sua volta il 433 come sistema: per l'esattezza è successo la prima volta, all'andata col Napoli (preferì un 4231 con Nainggolan dedicato alla marcatura di Jorginho), e l'ultima, martedì scorso ad Anfield, quando schierò la squadra con il 3412 che ha fatto molto discutere. Due sconfitte. Delle dieci volte in cui ha affrontato un 433 a specchio, nove sono di campionato e una nell'unica apparizione in Coppa Italia, con il Torino all'epoca di Mihajlovic.

Anche quella volta andò male, ma più che la questione tattica allora fu messo sotto accusa l'eccesso di turn over che lo stesso Di Francesco tempo dopo riconobbe come un errore. Delle nove sfide di campionato, 5 si sono risolte con un successo per la Roma (contro Bologna, Fiorentina, Napoli in trasferta, Torino e Crotone), 2 in parità (contro Sassuolo e Bologna) e 2 con brucianti sconfitte (a Torino con la Juventus e in casa col Milan). Tra tutte queste sfide, quella che maggiormente Di Francesco potrebbe prendere come modello è quella di Napoli dello scorso 3 marzo. Vinta 4-2.

Jorginho più di Henderson

In qualche modo, quella di Sarri è la squadra italiana che maggiormente somiglia a quella di Klopp, sia per la velocità degli attaccanti sia per la qualità dei centrocampisti. Magari la difesa inglese non è organizzata come quella napoletana (togliendo dal giudizio la prestazione di Firenze di ieri...), ma a favore dei Reds c'è sicuramente un maggior tasso di dinamismo.

Henderson lavora mediamente meno palloni di Jorginho e spesso condivide l'incombenza con gli altri due centrocampisti (adesso Milner e Wijnaldum). Ma i principi delle pressioni saranno gli stessi del San Paolo, con De Rossi (o, nel caso, Gonalons) ad alzarsi fino ad Henderson.