L'analisi di Torino-Roma: via la tuta da supereroe, metti quella da operaio
Quando il miglior attacco diventa la miglior difesa. La Roma è già una squadra da primato per la sua adattabilità alle fasi della gara
(GETTY IMAGES)
Anche solo anticipata dai numeri che accompagnano le due squadre, la sfida di sabato all’Olimpico si preannuncia davvero gustosa. Roma e Inter guidano la classifica con dodici punti frutto delle loro quattro vittorie consecutive, con 13 gol fatti i nerazzurri e 12 i giallorossi, ma con una differenza reti ben evidente a favore della Roma (+11 contro +7) a testimonianza di una fase di non possesso sicuramente più solida. A togliere ogni dubbio basta considerare la classifica dei gol realmente meritati fatti e subiti, i cosiddetti expected goal (qui abbiamo preso quelli di thefishy.co.uk): ebbene la Roma comanda in tutte e due le classifiche (2 gol meritati di media a partita, 0,34 xg subiti a partita), con un dato di xg difference di +1,67, contro 1,14 di Inter e 0,80 della Juventus, terza. Ma anche dalla semplice analisi visiva, si può dire che la Roma abbia decisamente meritato di battere tutte le sue avversarie (rischiando di non vincere solo quella con l’Atalanta, in realtà la gara più dominata di tutte), mentre l’Inter è andata ben due volte sotto di due gol (rimontando poi con merito sia con Napoli sia con Udinese). Insomma, le due regine si presentano alla sfida dell’Olimpico quantomeno sullo stesso livello e questo è indubbiamente il primo grande successo ottenuto da Gasperini in questo primo, entusiasmante scorcio di stagione.
I due abiti di Torino
La partita di lunedì ha poi rinsaldato anche l’altra faccia della medaglia romanista, quella della sua tenuta difensiva. Quando c’è stato da sporcarsi le mani, dopo la prima ora di gioco dominata e in pieno controllo, la squadra è stata capace di dismettere i panni del supereroe (con Malen nella sua versione più sfavillante, ma anche con Dybala nella solita lucidissima cabina di regia sulla sua trequarti) per indossare quella dell’operaio, e qui il simbolo non può essere che Leonardo Balerdi, l’ultimo arrivato in difesa: anche per assonanza fonetica con il cognome, il vero baluardo dell’ultima linea romanista. La Roma gioca di spada e di fioretto, lo fa sempre, ma certe partite ne esaltano la versatilità. Attacca nella sua maniera avvolgente e improvvisamente verticale, con la ricerca continua di una doppia, addirittura terza ampiezza (basti guardare come si aprono i giocatori sul campo, ad esempio sul lato destro, quando la palla torna da sinistra verso il centrale di mezzo Balerdi, e Cristante si abbassa e si allarga al suo fianco, e allora Mancini va ancora più alto ma sempre sulla linea laterale e Lulli sale un po’, ma sempre sulla verticale, in un modo che svuota completamente la parte interna del campo dove può buttarsi l’attaccante di zona, nel caso specifico Dybala, pronto ad articolare tutte le combinazioni possibili che portano a tante soluzioni alternative, tutte in velocità e nel tempo giusto per rubare il tempo agli avversari e lanciare il compagno che si libera sempre fronte alla porta). Ma questa è solo una parte dello spartito perché poi si può attaccare diretto sui movimenti degli attaccanti, si studiano le palle inattive (in particolare sui calci d’angolo), si rifiniscono le transizioni sempre più frequenti (conseguenza ovviamente della feroce pressione individuale), si lavora sui cross molto spesso arretrati per gli inserimenti dei centrocampisti. E poi c’è la fase di non possesso, unica in Italia e nel mondo.
Il segreto del sacro Gasp
Il tecnico piemontese ha trovato davvero la formula della produttività calcistica. Con il suo sempre più rifinito e moderno controgioco è ormai diventato un modello assoluto eppure per certi versi inimitabile. Perché nonostante l’evidenza di risultati incontestabili (basti vedere che cosa ha ottenuto prima col Genoa, portato una volta al quinto e una volta al sesto posto in serie A nelle due diverse fasi della sua gestione, e poi con l’Atalanta, issata sul tetto d’Italia e d’Europa), segno di una filosofia di gioco che nel tempo di fatto annulla l’imprevedibilità del risultato, continua ad essere difficilissimo per chiunque copiare i suoi metodi come invece per esempio è avvenuto con il calcio posizionale di Guardiola. Perché non si riesce a realizzare in poco tempo una rivoluzione come quella partorita dalla mente geniale del Gasp ormai vent’anni fa. Periodicamente si affaccia alle cronache qualcuno che lo imita (Juric, Tudor, Palladino, Bocchetti), ma quasi sempre senza quella continuità di risultati che invece impressiona dello score delle squadre di Gasp. Perché quel mix di conoscenze tattiche, di stile, di capacità di persuasione e ormai di esperienza sono davvero inimitabili. È provato ormai che con lui bisogna resistere nelle prime fasi di conoscenza: all’Atalanta aveva cominciato malissimo (quattro sconfitte nelle prime cinque), all’Inter è stato esonerato dopo due mesi per le resistenze (alla fatica e al verbo nuovo) denunciate da giocatori, e persino alla Roma c’è stato qualcuno (tra i calciatori e purtroppo anche tra i dirigenti) che aveva accarezzato l’idea di farlo licenziare, accampando la superficiale scusa del carattere difficile. Stupidaggini spazzate via dall’evidenza dei fatti. Quel che invece si può copiare di lui e con un certo profitto è quella pressione alta individuale. Fino a qualche tempo fa, infatti, anche le pressioni alte venivano studiate praticamente a zona, con meccanismi a scalare che prevedevano comunque alla fine la superiorità numerica in difesa. Gasp ha sdoganato la parità numerica e molti allenatori si sono adeguati, qualcuno spingendosi anche al -1, quando alza le pressioni persino sul portiere.
E Chivu si affronta come Abate
Ma al di là di qualsiasi finezza tattica, della Roma oggi spaventa l’assoluta affidabilità aggiunta ad un’evidente imprevedibilità offensiva, mix che è stato possibile ottenere solo grazie al livello più alto dal punto di vista tecnico e caratteriale garantito da un mercato di primissimo livello. Al capolavoro sono mancati solo gli ultimi due acquisti, i top player ricercati sulla fascia per il centrocampo e per l’attacco. Ma anche così la squadra sembra attrezzata per reggere il doppio confronto di campionato e Champions anche con gli squadroni che il calendario sta per metterle davanti. A cominciare dall’Inter, schierata tatticamente come il Toro di Abate, ma con un’evidente differenza tecnica dovuta agli interpreti. Ma per Gasp cambia poco: farà sempre prendere i tre difensori dagli attaccanti “aperti”, gli esterni dagli esterni, il play da un mediano, l’altra mezz’ala dall’altro mediano e l’ultimo da un “braccetto”. Così come già capitato col Toro vedremo magari Balerdi o Hermoso ad inizio azione dell’Inter ai limiti dell’area avversaria. Niente di strano. Molto di entusiasmante. È “solo” il calcio del Gasp.
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