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L'analisi di Fenerbahce-Roma 1-1: quando viene naturale la mentalità offensiva

Non è solo un paradosso: anche le gare dominate, o comunque sotto controllo, con Gasperini hanno un rischio connaturato

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
12 Settembre 2026 - 07:00

Forse la più grande differenza che c’è oggi a livello mondiale tra Gasperini e il resto degli allenatori sta in un vantaggio decisamente filosofico che il tecnico della Roma si è preso rispetto a tutti gli altri suoi colleghi. Perché mentre vanno tutti alla ricerca del vero santo Graal per chiunque alleni una squadra in qualsiasi parte del mondo a qualsiasi livello – e cioè il famoso trasferimento di una mentalità che sia realmente offensiva – lui non ha bisogno di inculcare niente a nessuno: per assumere quella mentalità basta semplicemente applicare coscienziosamente i suoi principi tattici. Perché se capisci come gioca Gasperini, la mentalità offensiva diventa una diretta conseguenza di quel gioco, senza neanche bisogno di parlarne.

La distinzione è sottile, ma evidentissima, sta là, a disposizione di chi la vuole capire. Qualche scettico potrebbe obiettare superficialmente: “vabbé, grazie. Anche applicando i dettami degli altri allenatori vincenti diventa automatico assumerne la mentalità offensiva”. E invece no. Perché anche chi ha avuto la fortuna di lavorare con Guardiola, solo per citare l’allenatore universalmente riconosciuto come più offensivista, sa che è lui bravissimo a cambiare la sua mente, ma il trasferimento e l’assunzione di certi concetti non sono diretta conseguenza del suo modo di intendere il calcio. 

Il dribbling di Kanté

Solo per fare l’esempio più stupido, se mi allena Guardiola e sto in vantaggio 1-0, non devo necessariamente andare all’attacco o fare pressioni offensive estreme sull’avversario che prova magari a costruire un’azione. Lo farò perché sarà stato bravo lui a inculcarmi l’idea, ma non perché non ho altra scelta. Con Gasperini, invece, o fai così o semplicemente non sei in grado di giocare per lui. Perché dalla tua pressione estrema individuale dipende il meccanismo dell’intera fase difensiva, in ogni momento della partita, con qualsiasi risultato. E se io anche quando sono in vantaggio 4-0 non riduco spazio e tempo al difensore che sta cominciando l’azione, e magari mi faccio saltare agevolmente, è quasi fatale che quella superiorità numerica la squadra avversaria se la porti fino al mio portiere e quindi espongo la mia squadra ad un gol quasi sicuro. Poi per fortuna non sempre è così perché esistono anche meccanismi di salvataggio – marcature a scalare, consapevole trasferimento di responsabilità, attenzione collettiva – che spesso consentono di assorbire quell’errore. Ma bisogna lo stesso stare sempre in guardia: al 7’ del secondo tempo, solo per citare l’esempio più recente, Kanté ha saltato Cristante a 70 metri dalla porta di Svilar, ma con una percussione diretta è arrivato fino al limite dell’area romanista perché gli altri tre difensori nella corsa affannata di ripiego hanno provato a togliere le possibili linee di passaggio del centrocampista verso i due compagni di squadra che ne stavano assecondando l’azione (Akturcoglu e Muriqi), ma l’ex Leicester è stato bravo a trovare lo stesso l’ex laziale che poi si è fatto ipnotizzare da Svilar al momento della conclusione (e la bravura del portiere negli uno contro uno è il motivo per cui è davvero il perfetto estremo difensore per una squadra di Gasperini).

Dunque, per tornare al discorso iniziale, ecco il segreto dell’acqua calda: ogni squadra allenata da Gasperini dà la sensazione di avere una meravigliosa e quasi inedita (per l’Italia) mentalità offensiva perché è nelle radici del suo stesso modo di giocare. Da solo Gasp, più di quanto non abbia fatto nessun altro allenatore offensivista del nostro movimento, ha sradicato decenni di cultura italianista, quella che porta la quasi totalità dei giocatori del mondo (e, ripetiamo, di qualsiasi categoria) a considerare un golletto di vantaggio come un tesoro da difendere abbassando il baricentro. Ecco perché sono così frequenti, per le squadre da lui allenate, i risultati larghi a favore, ecco perché quando Gasp è in vantaggio è sempre più facile aspettarsi il secondo, e poi il terzo gol, piuttosto che un pareggio. Ma questo avviene solo quando le sue squadre hanno completamente assorbito i suoi insegnamenti. Negli ibridi a cui abbiamo assistito in certe versioni della Roma dello scorso anno, e anche in qualche passaggio a vuoto dell’Atalanta degli anni passati, diventa inevitabile che gli scompensi siano persino più preoccupanti che quelli di altre squadre.

L’altra faccia della medaglia

E qui arriviamo alle controindicazioni, che raccontano meglio della cronaca come una partita apparentemente in pieno controllo come quella di Istanbul di giovedì sera alla fine abbia lasciato la sensazione persino dello scampato pericolo, come testimoniato peraltro da alcuni dati statistici significativi, come gli expected gol a favore dei turchi (1,57 a 0,48). Proprio nella dinamica stessa dei principi di gioco gasperiniani esiste infatti la kryptonite delle sue squadre: la perdita del duello individuale. Quando il tecnico dice, come ha fatto al termine della sfida del Sukru Saracoglu, che la Roma difende meglio a campo aperto che quando si abbassa compatta dice una cosa apparentemente paradossale, in realtà facile da comprendere.

La responsabilizzazione della pressione alta spinge ogni giocatore a non dover interpretare quello che accade: ognuno di loro deve semplicemente impedire al suo avversario di ricevere il pallone o quantomeno di giocarlo facilmente. Ma quando invece ci si difende più bassi, c’è un numero più alto di avversari in uno spazio sicuramente più ristretto e quindi diventa quasi inevitabile comprendere nell’immediatezza come un movimento incrociato di due avversari può essere assorbito scambiandosi per un attimo l’uomo da marcare piuttosto che seguire ognuno il suo. E in questo spazio di interpretazione si annida l’errore.

Così Mancini che per un attimo ha preso in consegna Brown in occasione del gol, poi l’ha lasciato per chiudere su Greenwood che era inseguito da Wesley, confidando in un tempismo che invece l’ha tradito: perché la palla è passata e il terzino inglese ha potuto battere stavolta agevolmente Svilar. Sono quei piccoli inconvenienti che capiteranno sempre ad una squadra di Gasperini. Inevitabili sbavature di un meccanismo per il resto quasi perfetto e che quando è bene interpretato rende irresistibile questo tipo di calcio. Per la cronaca, se c’è da difendere un po’ meglio Gasp poi non si tira indietro: questo è il motivo per cui ha messo de Roon al posto di Malen e non Castro: bisognava puntellare in mezzo al campo.

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