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L'analisi di Inter-Roma 5-2: se punti tutto sui duelli e li perdi non c’è scampo

Dopo quel gol iniziale la squadra ha reagito compatta. Ma gli errori individuali hanno reso impossibile un’impresa già complicata

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
07 Aprile 2026 - 06:30

La Pasqua da incubo di tutti i tifosi della Roma ha preso forma dopo sessantadue secondi di gioco, con la prima mossa vincente di Chivu e la prima sequela di errori individuali dei romanisti: il dettaglio lo trovate nelle grafiche qui a fianco. Sarà una costante all’interno di una partita che nella sua parte sostanziale (praticamente tutto il primo tempo, tolto l’inizio choc) è stata tatticamente ben giocata dalla Roma, disposta nella sua versione più coraggiosa: pressioni alte fino al portiere, possesso costante del pallone, presidio geografico del centrocampo, doppio (a volte anche triplo) presidio delle ampiezze (anche Chivu a fine partita dirà che questo aspetto ha molto complicato il non possesso interista). Ma poi la Roma ha Cristante e l’Inter Calhanoglu e all’ultima azione della prima frazione il primo ha cervelloticamente cercato un passaggio tra le gambe di un avversario con la Roma in uscita (invece di scaricare sul vicino Hermoso) e il secondo ha concluso la ripartenza nerazzurra con la Roma ormai sbilanciata sfruttando lo spazio concesso dagli avversari dalla trequarti e azzeccando un tiro di potenza inaudita capace di partire verso sinistra e verso l’alto e poi di deviare verso il centro e verso il basso proprio alle spalle di Svilar, inutilmente proteso in volo. È una sintesi estrema e un po’ cialtrona, va detto, ma è la sintesi della partita di ieri e dei campionati più recenti della Roma. Quest’anno in particolare certi difetti si sono manifestati: perché se vuoi che Gasperini alleni la tua squadra (strappandolo all’Atalanta e pure alla Juventus, ricordiamolo ogni tanto, visto che Cobolli si è inserito nella trattativa con la Roma quando non era colpevolmente ancora stato firmato nulla), devi sapere che la filosofia del suo gioco prevede che si sviluppino tanti duelli individuali quanti sono i giocatori in campo. E quindi l’attenzione deve essere sempre massima altrimenti si prendono gol imbarazzanti (e, ricordiamo pure questo aspetto, peraltro più volte sottolineato anche quando Gasperini allenava l’Atalanta: questa esposizione continua alle ripartenze è uno dei motivi principali per cui si può sostenere come sia difficile per una squadra di Gasperini vincere una corsa a tappe come il campionato).

Di più, per evitare questi rischi è opportuno che i giocatori siano anche dotati di adeguato valore tecnico, altrimenti è più facile sbagliare nella fase di possesso ed è di conseguenza quasi naturale subire transizioni letali. Se questa squadra ha difetti evidenti in questo senso, li si può mascherare abbassando il baricentro, difendere col blocco basso e lavorando solo in ripartenza. È un caso che i risultati migliori la Roma degli ultimi anni li abbia raggiunti con Mourinho o con Ranieri? No, ovviamente. E allora si potrebbe obiettare: ma perché Gasperini non può farlo? Un allenatore deve anche sapere adeguare baricentro e consegne dei suoi giocatori anche in virtù del loro valore assoluto. Certo, ma Gasperini ha un marchio riconoscibile ed è attraverso quello che ha raggiunto i suoi livelli di credibilità. Quindi prenderlo e chiedergli di scimmiottare Mourinho o Ranieri è una sciocchezza. Ma prenderlo e non dargli una squadra con i requisiti specifici di cui ha bisogno il suo gioco è altrettanto sciocco. Per lavorare con Gasperini ci vogliono dunque competenze specifiche e fede assoluta. Altrimenti ci si va allo scontro. Ed è quello che  è successo quest’anno. Un anno buttato, se non si corre subito ai ripari.

La lezione di San Siro

In questo senso la partita con l’Inter, se non ci si lascia prendere dall’emotività della larga sconfitta, dà l’occasione per misurare esattamente ciò che va corretto se si vuole attrezzare una squadra in grado di lottare per vincere. Pensiamo solo agli errori commessi e alla loro ripetitività. Ce ne sono stati alcuni evidenti e altri mascherati nelle pieghe di una partita piena di episodi decisivi per ricordare pure quelli meno evidenti. Ma solo nei primi venti minuti, la Roma si è negata certe occasioni pericolose solo per la scelta sbagliata di alcuni giocatori in costruzione. E non solo Celik e Cristante, autori delle disattenzioni più evidenti. Pensiamo ad Hermoso, ad esempio, che per due volte ha sbagliato la trasmissione del pallone: la prima ignorando un perfetto contromovimento di Pellegrini che lo avrebbe messo nella metà campo dell’Inter senza avversari, la seconda con un passaggio facilissimo e invece sbagliato che avrebbe mandato l’ex capitano con Malen al due contro uno (Acerbi) a campo aperto. Ndicka ha sbagliato sul primo, sul terzo e sul quinto gol, Hermoso sul quinto ma è stato in ritardo per tutta la partita, Celik sul primo e sul quarto, Rensch plasticamente sul terzo. Dice, ma gli errori li fanno tutti. Sì, ma non così: non marcando a un metro e mezzo l’avversario, non scansandosi dalle traiettorie degli avversari in preda al panico, non offrendo agli avversari palloni tanto semplici da gestire. Se regali un gol venerdì sera al Pisa hai speranza di vincere lo stesso, se ne regali male tre all’Inter devi ringraziare di non prenderne sei o sette, come purtroppo ad un certo punto era sembrato inevitabile.

I cambi tattici dopo un minuto

C’è poi il paradosso - spiegabile - del cambio di strategia tattica dopo un minuto e due secondi di partita, il tempo che ci ha messo cioè Lautaro Martinez per scaricare il primo pallone alle spalle di Svilar. Come ha confermato Gasperini a fine partita, l’idea tattica iniziale era proprio quella di approcciare la partita con un minimo di cautela, e cioè di lasciare giocare un po’ Akanji per non alzare troppo il baricentro da quel lato, dove si temeva evidentemente il mis-match Rensch-Dumfries.

E quindi Pellegrini era stato inizialmente destinato sulle tracce di Calhanoglu, con Pisilli e Cristante su Barella e Zielinski, ed Hermoso libero di restare più basso a raddoppiare su Dumfries o aiutare Mancini e Ndicka sui due attaccanti. Ma subìto il gol dopo pochi secondi, peraltro su iniziativa di Akanji troppo libero di giocare, non avrebbe avuto più senso giocare con quella cautela. E paradossalmente le briglie più sciolte hanno presto liberato la Roma che tatticamente ha conquistato progressivamente porzioni di campo attraverso quel gioco a più ampiezze (esempio: Mancini, e poi Cristante aperto, e poi Soulé, tutti ad aspettare il pallone sulla linea laterale), fino a pareggiare la partita e a spaventare l’Inter. Ma il gol preso a fine primo tempo e il 3-1 regalato all’inizio del secondo hanno tolto certezze e indirizzato definitivamente la partita. E i giallorossi si sono persi.

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