Alla fine nulla cambia affinché, si spera, tutto cambi. Ma ora è per l'appunto solo una speranza e niente di più. Perché per quello che si è visto a Firenze non ci sono elementi per immaginare che davvero con lo stesso allenatore alla guida il futuro della Roma sarà roseo. E perché i progressi della squadra tra dicembre e inizio gennaio avevano fatto credere ad un'evoluzione reale rispetto alle tribolazioni della prima parte della stagione e invece prima il segnale del secondo tempo di Bergamo, poi la mazzata della goleada viola hanno dato la certezza che la squadra non solo non è guarita, ma è peggiorata all'improvviso.

Lo schianto

Per Di Francesco e gli uomini del suo staff, infatti, il tracollo di Coppa Italia è stato un fulmine a ciel (quasi) sereno. Tanto che la gara era stata preparata senza particolari "nuove" accortezze, sempre pensando di andare a fare la partita, di attaccare e pressare alto. I rimproveri del tecnico alla squadra sulla prova di Bergamo nell'allenamento di martedì andavano in un'unica direzione: per lui i giocatori avevano sbagliato ad abbassarsi ed è un errore che non avrebbero dovuto commettere a Firenze. Peccato che ormai un po' tutte le avversarie della Roma invece non aspettano altro.

Attendono bassi, allargano gli esterni, cercano di attirare fuori i terzini giallorossi e vanno a colpire dentro o alle loro spalle con verticalizzazioni improvvise, a volte con la variante dello scarico di un attaccante su una mezzala: così il paradosso del 7-1 è che il baricentro della Fiorentina è stato sui 43 metri e quello della Roma decisamente più alto, sui 53, che la Roma ha tenuto il pallone per il 62% della gara (addirittura il 67% nel primo tempo) e ha movimentato un numero assai più alto di palloni (641 contro 463). Numeri che presi così non solo non servono a dimostrare nulla, ma suonano addirittura offensivi per i tifosi della Roma. Perché poi la sostanza è stata tutta della Fiorentina. Ma gli errori di Di Francesco partono da lontano e riguardano una serie di rischi che l'allenatore ha coraggiosamente deciso di correre, scommettendoci addirittura la propria reputazione che adesso, per molti tifosi, sembra irrimediabilmente macchiata.

L'esperimento Pastore

Il peccato originale fa riferimento all'acquisto di Pastore sia per l'investimento finanziario (quasi 25 milioni il cartellino, a lui 4,5 milioni netti per cinque anni: in totale sono 70 milioni) sia per l'investimento tecnico: nell'idea di Monchi e dell'allenatore è lui il fiore all'occhiello della campagna di rafforzamento di una squadra arrivata l'anno prima a sfiorare la finale di Champions League. Per Di Francesco è in grado di fare la mezzala. El Flaco lo confermerà al Romanista in un'intervista: «Il tecnico me l'ha chiesto, io ho dato la mia disponibilità: conosco le mie capacità aerobiche, sono in grado di farlo». E invece il passo non sarà mai quello necessario ai ritmi del campionato italiano. Sarà l'errore principale, che farà perdere tempo in esperimenti estivi senza alcun frutto e che costringerà l'allenatore, a campionato iniziato, ad inventarsi un diverso sistema di gioco che sarà alla base di un nuovo disequilibrio che la Roma patirà per gran parte della stagione. Anche se, paradossalmente, a Di Francesco buoni trequartisti non mancheranno mai, vista l'esplosione nel ruolo dei "sostituti" di Pastore: Lorenzo Pellegrini e poi Zaniolo.

L'illusione del 4231

Forse aveva proprio ragione l'allenatore quando diceva che non poteva essere lo spostamento di posizione di un uomo in mezzo al campo il motivo del diverso rendimento di una squadra. Purtroppo i fatti lo hanno dimostrato perché col nuovo sistema Dzeko si è forse trovato meno solo al centro dell'attacco e nelle pressioni offensive, ma nel sottopalla la Roma ha sofferto maledettamente anche per la mancanza di un centrocampista con le caratteristiche di Nainggolan, a maggior ragione dopo l'infortunio di De Rossi. Potrebbe non essere solo un caso che durante l'intervallo della sfida del Franchi Di Francesco abbia pensato di tornare al 433 mandando in campo Lorenzo Pellegrini e Dzeko al posto degli stralunati Pastore e Nzonzi. Col Milan, peraltro, il francese e Cristante non ci saranno per squalifica e l'idea che col ritorno di De Rossi si possa continuare col 433, con Lorenzo e Zaniolo intermedi, non sembra così peregrina.

La condizione atletica

Già il confronto di Bergamo aveva evidenziato lo strapotere fisico degli atalantini sui giallorossi, strapazzati nel secondo tempo della clamorosa rimonta. A Firenze si è visto il bis, con i giallorossi che in dieci e sotto choc per il clamoroso risultato che è andato via via maturando non sembravano neanche più in grado di stare dritti sulle gambe. Quest'anno Di Francesco aveva voluto e ottenuto l'integrazione nel suo staff di due preparatori di sua fiducia (Fanchini e Giammartino), chiamati a sostituire gli specialisti nordamericani Norman e Lippie e ad affiancare il titolare nel ruolo, Vizoco. Eppure le cose sono andate addirittura peggiorando, con il record dei 25 infortuni muscolari e il confronto avvilente di domenica con i supermen bergamaschi. E tra le pieghe di certe dichiarazioni dell'allenatore ci si fa l'idea che l'intensificazione dei ritmi dell'allenamento da lui più volte richiesta sia stata rigettata dalla squadra, quasi a confermare un refrain già in voga ai tempi di Zeman. In ogni caso, anche questa al momento sembra una responsabilità precisa dell'allenatore.

Le scelte tecniche

Anche il turn over dei giocatori non è stato sempre ben gestito, con uomini iperutilizzati (ad esempio Kolarov, sottovalutando forse l'apporto che avrebbe potuto dare Luca Pellegrini, adesso addirittura lasciato andare senza una sostituzione: inconcepibile), altri poco utilizzati per lunghi periodi poi titolari all'improvviso fino a nuovi accantonamenti (Karsdorp e Santon), altri mai entrati nelle rotazioni (Coric e, appunto, Luca Pellegrini, due talenti su cui la società ha sempre detto di puntare molto), per non parlare dei patimenti di Fazio, di certe gare di Florenzi, dell'altalenante rendimento di Kluivert, dell'insufficiente rendimento di Marcano.

Il nervosismo della squadra

In più la squadra ha dato spesso nel corso della stagione segni di scarso equilibrio emotivo, con piazzate tra compagni, contestazioni tecniche, scollamento con l'ambiente, ritardi alle riunioni e, aggiungiamo, senza mai una vera e propria manifestazione di affetto pubblica nei riguardi dell'allenatore, anche nei momenti in cui è sembrato più solo. E lui di fronte a ogni irrequietezza ha sempre perdonato i comportamenti meno professionali, dimostrando a volte di "soffrire" la personalità dei senatori. E la mancata assunzione di responsabilità del dopogara a Firenze, non necessariamente con la presentazione delle dimissioni irrevocabili ma quantomeno con la disponibilità a rimettere il mandato previo magari un confronto con squadra e dirigenti, ha deluso chi almeno sulle qualità dell'uomo non aveva mai avuto un dubbio. Almeno fino a mercoledì.