Storie infinite

Ma amici (quasi) mai

Storia di una rivalità lunga un secolo, dalla fondazione dei due club ai giorni nostri. Il breve intermezzo del gemellaggio nella prima metà degli Anni 80, ma da allora solo acrimonia

(ASRomaUltras.org)

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
30 Novembre 2025 - 07:00

Vicine eppure distanti. Affini per certi versi, agli antipodi per altri. Entrambe ironiche e disincantate, allegre e malinconiche, aristocratiche e popolari. Esiste un singolare rapporto fra Roma e Napoli (intese come città), che le lega e al tempo stesso le separa, investendo storia, politica, economia, cultura, arte. E ovviamente il calcio, che di ogni aspetto sociale è figlio. Le due squadre sono quasi coetanee: i campani nel 2026 compiranno un secolo, traguardo che nella Capitale sarà raggiunto l’anno successivo. E da circa cento anni le due tifoserie sono rivali, con una breve ma significativa eccezione: il gemellaggio che le ha avvicinate nella prima parte degli Anni 80. Talmente emblematico da venire assimilato nell’immaginario collettivo (di chi conosce poco la storia del tifo) come condizione permanente dagli albori alla rottura, anziché come deroga.

La realtà però è tutt’altra e se ne trova traccia perfino nei resoconti dell’era pionieristica del football. Di liti fra opposte tifoserie, sfociate spesso in vere e proprie risse, sono piene le cronache dell’epoca. Lontanissimi dalla nascita del tifo organizzato, gli impianti primordiali prevedono una sola divisione dei settori: quella per censo, ma i sostenitori delle varie squadre in lizza seguono le partite fianco a fianco. E il segno distintivo per capire la provenienza degli uni o degli altri - al di là dell’accento - risiede nel cappello, indossato all’epoca dalla stragrande maggioranza degli spettatori. Nel caso di Roma e Napoli peraltro, le sartorie delle due città sono ai massimi livelli e facilmente riconoscibili nelle rispettive peculiarità. Il calcio sta rapidamente assumendo la portata di fenomeno popolare, anche se il baricentro geografico segue l’andamento dell’economia nazionale ed è già palesemente sbilanciato al di sopra del Po. Le due principali squadre del Centro-Sud si contendono la palma di principale contendente degli squadroni del Nord, sia pure con mezzi finanziari di gran lunga inferiori. E la rivalità in campo si trasferisce rapidamente sugli spalti, fra sfottò e qualche cazzotto (con buona pace di chi pensa che le risse allo stadio siano un prodotto contemporaneo, o quantomeno moderno). La Roma frequenta stabilmente i vertici della Serie A fino alla guerra, vincendo anche il primo Scudetto sotto la Linea Gotica. Il Napoli dalle parti dell’alta classifica è sostanzialmente un intruso. 

Ma anche per (ri)trovare successi giallorossi bisogna attendere gli Anni 60. Periodo aureo per il cinema italiano, che trova a Cinecittà il proprio fulcro. Le commistioni fra attori delle due città sono all’ordine del giorno: Totò, Sordi, Fabrizi, i fratelli De Filippo, fra gli altri. E gli artisti napoletani scelgono la Capitale non soltanto per  “girare”, ma anche per vivere (come in seguito gli stessi Troisi, Daniele, Sorrentino, e non solo). Qualcosa di analogo accade per i ministeri o comunque per gli uffici statali, che si riempiono di lavoratori provenienti dal capoluogo campano. La partita diventa praticamente un match fra vicini di casa, tanto da assumere sempre più la connotazione di “Derby del Sole”, dal tratto di autostrada che collega i due centri. Intanto la società italiana cambia con estrema rapidità e i moti di ribellione partiti da piazze e università raggiungono anche gli stadi. Nasce il fenomeno Ultras e la Curva della Roma, dopo un periodo di “apprendistato” del movimento, diventa presto un vero e proprio modello in Italia e all’estero.

Da frastagliata in miriadi di gruppi di quartiere, la Sud si trasforma, unita dietro la sigla del Cucs. Il Commando regala spettacoli indimenticabili e anche a livello vocale è all’avanguardia. Altre tifoserie lo studiano, lo imitano e, al di là delle naturali antipatie, lo ammirano. Compresa quella napoletana, che sceglie addirittura nomi simili a quelli dei sostenitori giallorossi: Fedayn e soprattutto Cucb. Questi ultimi mutuano i cori romanisti per i propri colori, quando la metrica lo permette. E iniziano a stringere rapporti con romani dalle gare di basket, nel nome di una comune avversione verso la Juvecaserta. Sarà un’altra antipatia condivisa, nei confronti di una Juve ben più potente, ad avvicinare anche le tifoserie del calcio. Sono anni in cui basta sì una minima distanza a creare tensioni, ma anche affinità di qualsiasi genere servono a stringere rapporti. Basti pensare che a cavallo fra le decadi 70 e 80 i romanisti sono amici con veronesi, atalantini e perfino juventini Incredibile ma vero. Nell’80-81 sono proprio le due squadre del Centrosud a sostituire le milanesi nella lotta per il tricolore col club di casa Agnelli. La stagione culmina col famigerato episodio di Turone, ma a Napoli si comincia a propendere per il giallorosso.

La Roma raggiunge le vette più alte della propria storia calcistica, proprio mentre il Napoli sembra sprofondare nei bassifondi. Ma la simpatia sugli spalti ormai è suggellata: al San Paolo parte sempre più spesso il coro «Roma, Roma», ad accompagnare a distanza la cavalcata di Falcao e compagni contro Platini. In occasione degli scontri diretti le due fazioni si mischiano e sfilano insieme scambiandosi bandiere. Ma si tratta di due tifoserie metropolitane e di massa, piene di cosiddetti “cani sciolti”. Qualche isolato episodio fuori dagli impianti inizia a minare l’idillio. Peraltro in azzurro finisce Bruno Giordano, subito amato dai supporter napoletani, ma oggetto di cori non proprio amichevoli dai romanisti per i suoi trascorsi nell’altra squadra della regione. Nella Capitale succede di peggio: Manfredonia, altro ex biancoceleste se possibile anche più inviso, viene ingaggiato dalla Roma. La Sud si spacca, lo stesso Commando si divide e in quel marasma i tanti che osteggiano da tempo il gemellaggio hanno la meglio. Il gestaccio di Bagni arriva dopo e come la maggior parte delle vicende di campo, poco c’entra con le dinamiche ultras.
Il resto è storia recente: come ogni rapporto incrinato, anche questo acuisce un’acrimonia già in essere.

L’episodio più eclatante è datato 10 giugno 2001: la Roma sta per vincere il suo terzo Scudetto, il Napoli lotta per non retrocedere e lo scontro diretto alla penultima giornata è già drammatico sul campo. Fuori diventa una vera e propria guerra, coi quindicimila romanisti prima confinati in due surreali gabbie e presi di mira dai settori confinanti; poi oggetto di agguati dal casello allo stadio (e ritorno), finanche sui treni. Le trasferte diventano in breve off limits, la reciproca antipatia cresce a dismisura anche a causa di divieti  indiscriminati (perfino di cori), mascherati da antidoti a fantomatiche «discriminazioni territoriali». Come se sugli spalti ci si scambiasse complimenti da sempre. Nel 2014 poi, in occasione della finale di Coppa Italia all’Olimpico, la morte del napoletano Ciro Esposito, nella quale è coinvolto anche un ex esponente della Curva romanista, segna il punto di non ritorno. La possibilità di vedere una delle due tifoserie organizzate nello stadio dell’altra è ridotta a zero. Ed è un peccato. Non per surreali, anzi impossibili ritorni di fiamma. Ma perché le rivalità - depurate dalla violenza, sia chiaro - sono il sale del tifo. E senza tifo il calcio sarebbe solo l’ennesimo carrozzone privo di anima.

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