Dicono che la vita non sia aspettare che passi una tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia. O ancor meglio continuare a cantare mentre essa scende copiosa, con i vestiti zuppi e pesanti e le mani avvizzite e il volto da cui sembrano scender gocce di pazza gioia. Avevano gli occhi rivolti verso un cielo impietoso i tifosi della Roma al settore ospiti del'Artemio Franchi e in loro era il tipico sguardo di sfida. Quello desideroso di esorcizzare il maltempo e al tempo stesso invitarlo ironicamente a fare di più. Tanto la pioggia non poteva bagnare il loro amore, come una vecchia canzone di quasi mezzo secolo fa. Erano arrivati in quasi duemilacinquecento ma sarebbero potuti essere anche il doppio. O forse di più, forse tanti quanti i "parrucchieri" che nell'aprile 2000 invasero il capoluogo toscano. E il vedere uno stadio monco con 25.026 spettatori paganti su una capienza di oltre 43 mila, può solo lasciar spazio alle osservazioni su quanto i fatti a volte siano diversi rispetto ai propositi protocollari e alle fredde parole. All'immaginarsi una Curva Ferrovia assegnata ai romanisti come accadeva in un passato che paradossalmente è stato ben più difficile da gestire dei giorni d'oggi. E magari di non ritrovarsi al cospetto del divieto per un romanista nato nella città di Armando Tre Re, fiorentino di nascita ma capitano della Roma di adozione, di acquistare un biglietto per il settore ospiti.

Nonostante la pioggia quelle fila dipinte di giallorosso dalle bandiere e dagli stendardi, sarebbero state ancor più massicce e il già potente suono ad oltranza delle loro voci ancor più forte. Forte come una Roma che passa in vantaggio e si fa riprendere e fa ballare sotto la pioggia quel settore un'altra volta e poi di nuovo viene riacciuffata. E mentre alcuni bramavano di rispolverare termini pronti all'uso, i romanisti cantavano e spingevano la sposa di bianco vestita alla vittoria. "Roma alè, forza Roma alè, voglio solo star con te" a più riprese, come da ogni tormentone stagionale che si rispetti. L'hanno cantato a lungo mentre l'acqua scendeva inesorabile: dopo i gol, per incoraggiare la squadra nei momenti di difficoltà e in quelli di massima spinta. Ma soprattutto l'hanno intonato uscendo dallo stadio a fine partita e quando la pioggia se n'era andata. L'hanno urlato nelle macchine sulla via del ritorno e in stazione mentre per una meravigliosa casualità son finiti sullo stesso binario della Roma. Nei momenti in cui ci si rende conto che quei novanta e più minuti son troppo pochi, che il desiderio di ricominciare è più forte della stanchezza e allora nell'attesa si preferisce cantare. E sarà una lunga attesa.La pioggia fa un bel rumore quando vince la Roma, come se avesse deciso di rumoreggiare in una domenica di novembre per sentire quei cori e vedere quella gente partita per andarle incontro.

Contro logica o forse con tutta la logica del mondo. Sono arrivati con una speranza e tornati per la dodicesima volta consecutiva in campionato con i tre punti nelle tasche. Roba per pochi, ad oggi solo per loro. C'era un piccolo telo bianco nel settore dell'Artemio Franchi e una data in stampatello dipinta di nero. E sopra di esso sventolavano bandiere e il coro di quell'orchestra squarciava l'ambiente circostante. Era l'ennesima tappa di un lungo cammino che vedrà sempre, quello sì, la Roma scendere in campo e al suo fianco persone pronte a sfidare la pioggia. Perché loro no, non cambiano mai.