Mentre fioccano le multe per i ragazzi dei gruppi che si macchiano del terribile reato del canto libero, poco più su dei temibili "muretti ", esiste un seggiolino che non c'è. Resiste al tempo e agli anni. Si trova al centro, tra il seggiolino ricoperto di cacca di piccione e quell'altro reso instabile dall'incuria. Il "seggiolino che non c'è" sarebbe un seggiolino come tutti gli altri: sporco come tutti gli altri, scomodo come tutti gli altri, un tempo blu e oggi di chissà quale colore sconosciuto alla tavola cromatica come tutti gli altri. Però non è numerato: la targhetta con l'indicazione del posto, fondamentale per qualcuno per mantenere l'ordine, la sicurezza e il decoro, semplicemente non c'è più. Da anni. Per Marco, Carlo e i loro amici, nel tempo, è diventato un punto di riferimento: la fila con il "seggiolino che non c'è" è la loro, e lo è da sempre anche quella più in basso. Lo sanno loro e lo sanno tutti quei tifosi che occupano quello spicchio di curva da più di 20 stagioni. Problemi? Zero. Il "seggiolino che non c'è", oggi, è però anche lo specchio della decadenza dello stadio Olimpico e di un'ipocrisia istituzionale diventata insopportabile.