In settimana sono stato invitato dal Comune di Napoli, insieme a un collega di Udine e ad un altro della città partenopea, in qualità di legale, a partecipare alla riunione speciale della Commissione Sport che si sarebbe tenuta lunedì scorso. Allo stesso era stata invitata la stessa società sportiva Napoli e il CASMS, dopo che – a seguito della visita di Mattarella a Cagliari, ai tifosi partenopei era stata vietata la trasferta in Sardegna, come avvenuto per i romanisti a Udine. Purtroppo la fitta nevicata mi ha impedito di essere presente, anche se ero sicuro – e i fatti lo hanno confermato – che nessuno del CASMS sarebbe comparso, come del resto alcuno si è fatto vivo per il Napoli. In detta seduta, tuttavia, voluta fortemente – su pressione dei tifosi - dai rappresentanti cittadini e con l'intervento diretto del sindaco De Magistris, è stato istitutito l' "Osservatorio del Consiglio Comunale di Napoli contro le discriminazioni territoriali nei confronti dei tifosi del Napoli".

Era ora, visto che la settimana prima avevamo vissuto la medesima discriminazione. Finalmente si è compreso che la discriminazione territoriale non alberga soltanto nei cori beceri dei tifosi ma che invece è presente proprio nelle Istituzioni, il che è più grave. In questo caso la città di Napoli ha dato un esempio, forte, che dovrebbe essere ripreso in tutta Italia e, finalmente, anche da apparati istituzionali viene il messaggio per il quale se si vieta a una persona di poter acquistare un biglietto solo perché risiede in una determinata regione è discriminazione territoriale. Facciamo un esempio per convincere chi è ancora perplesso. Cosa direbbe la società civile, che tanto si spende contro le discriminazioni razziali e di genere se, chessò, a tutti i soggetti nati in Nigeria venisse vietato di potere acquistare biglietti per il cinema o per lo stadio perché una parte di loro si sono resi pericolosi per aver commesso determinati reati? In tal caso il Presidente del Consiglio verrebbe immediatamente convocato a Bruxelles, preso per un orecchio e rimandato a pedate a Roma per cambiare il provvedimento.

Non dissimile è il caso del calcio, ed è bene ripeterlo: ritenere – a parità di squadra sostenuta - geneticamente diversi coloro che sono nati in una Regione piuttosto che in un'altra è del tutto discriminatorio ed inaccettabile. I tifosi di calcio – ne ho già parlato – specie in Italia non sono stati in grado di dotarsi di propri organismi in grado di tutelarli. Tutto è stato lasciato all'iniziativa dei singoli e di coloro che si sono spesi per aiutarli. In Inghilterra decisioni simili non potrebbero mai essere prese: immediatamente scatterebbero i meccanismi che fanno sì che i supporter trust intervengano tempestivamente. Non sono rari i casi di risarcimenti ottenuti dai tifosi danneggiati dalle locali forze dell'ordine, ad esempio perché gli è stata fatta perdere una porzione di partita o per altre lesioni delle libertà individuali. Le stesse società di calcio, là dove si verifichino situazioni lesive per i propri tifosi/clienti intervengono direttamente e pubblicamente per stigmatizzare certe derive.

Qual è la conclusione? Forse è amara: serve essere primi in classifica (e forse anche essere a pochi giorni dalle elezioni) per far riflettere qualcuno su violazioni che si ripetono in modo sistematico – seppur in misura inferiore rispetto al passato – da ormai dieci anni. Ma sempre meglio tardi che mai.