Il tema del giorno doveva essere quello relativo al divieto di vendita ai tifosi della Roma residenti nel Lazio dei tagliandi per la partita Udinese-Roma. Il Prefetto di Udine, su suggerimento del Casms/Onms, aveva infatti ritenuto i tifosi romanisti residenti nel Lazio "pericolosi", elencando una serie di episodi che costituivano un mero pretesto per la chiusura del settore, il cui vero motivo scatenante era la rissa, avvenuta lontano dallo stadio, in quel di Verona. Gli altri tifosi erano, a titolo di una sorta di responsabilità oggettiva inesistente nel diritto che non sia quello sportivo, responsabili anche degli atti altrui. Immaginate se le forze dell'ordine vietassero, che so, ai cittadini nigeriani di accedere a una qualunque manifestazione aperta al pubblico perché qualcuno di loro si è reso responsabile di efferati reati: verrebbe giù il mondo, poiché lo Stato diverrebbe sostanzialmente equivalente al giustiziere fai da te di Macerata.

Nel calcio è però possibile discriminare territorialmente senza che nessuno, tranne i tifosi, dica nulla. Il tutto è frutto di una stortura: gli organismi che hanno stabilito il divieto non dovrebbero essere, in base alla legge, il giudice sportivo delle tifoserie ma, più semplicemente, dovrebbero esaminare il livello di rischio di una specifica partita che è ovviamente del tutto indipendente rispetto a ciò che può essere accaduto qualche domenica prima. Udinese-Roma non ha mai fatto registrare disordini perché le tifoserie sono legate da un pluridecennale rapporto di amicizia.

    

  
Ergo, la partita non è a rischio e quindi il divieto era del tutto forzato. Del resto, se una tifoseria è giudicata "pericolosa", alla stessa dovrebbe essere inibita la partecipazione a qualsiasi manifestazione sportiva, ovunque essa si disputi.
Si è quindi giunti a una soluzione, probabilmente su spinta della Lega Calcio, su pressioni della Roma e sull'onda del can can che si è scatenato che è abbastanza ridicola: chi - residente nel Lazio - ha comprato il biglietto prima della decisione del Prefetto può andare a Udine, chi non lo ha fatto no. Quindi, chi è stato più svelto non è pericoloso, chi ha indugiato lo è.

Mi astengo da ogni commento al riguardo, ma è doveroso riflettere su come evitare/risolvere questi ridicoli corto circuiti. In Inghilterra, ove vi è una diversa cultura sportiva, non esistono organismi che pongano divieti di questo tipo: i club arrivano addirittura a rimborsare i propri tifosi quando subiscono dei soprusi dalle altre società di calcio o da apparati istituzionali. In Italia siamo ancora anni luce lontano da una tale concezione, fatto sta che se non si prova a fare mai nulla, nulla verrà mai risolto.

Anni fa, con MyRoma, l'associazione per l'azionariato popolare giallorosso, facemmo i dovuti ricorsi contro provvedimenti di chiusura della curva e divieti di trasferta. Erano ricorsi difficili, in una materia vergine, tant'è che - ancorché non accolti - diedero comunque un indirizzo da seguire per i casi a venire e non videro la condanna alle spese, per la novità della materia trattata. La Roma si è per certo mossa per canali diplomatici e un risultato parziale si è visto, ma non è ancora sufficiente. Si poteva fare ricorso? Potrebbe esserci, al riguardo, un problema di legittimazione attiva, perché il provvedimento che è stato preso riguarda i tifosi.

In realtà il provvedimento del Prefetto viene notificato proprio alle società di calcio, evidentemente perché entrambe traggono giovamento dalla vendita dei biglietti, sicché, sotto un profilo anche solo risarcitorio, un interesse vi può ben essere. E comunque, trattandosi di materia nuova, è necessario - come nella medicina - fare dei tentativi prima di trovare la soluzione. La tifoseria della Roma paga lo scotto di non essere stata in grado di organizzare, come avvenuto nei paesi anglosassoni ma, ancor di più, in Germania, dei supporters trust con una organizzazione tale da poter intervenire autonomamente in qualsiasi situazione, nei tempi ristrettissimi che il caso richiede. Fino a che questo non accadrà, e fin quando i club italiani - non essendo questo un problema solo romano - non intenderanno scendere in campo a tutela dei propri tifosi anche nelle aule giudiziarie, rimarrà la concezione per la quale il Prefetto ha sempre l'ultima parola, come in uno Stato di Polizia. O, meglio, ha quasi l'ultima parola, quando esagera.