Per la Roma

"Ricordo che quando ero ragazzino..."

E per Pisilli quel gol contro lo Sheriff non era importante perché gli aveva permesso di scrivere il suo nome sul tabellino, ma perché gli aveva dato la possibilità di esultare

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PUBBLICATO DA Danilo Per la Roma
01 Luglio 2026 - 07:30

La borsa più grande di te, sulla spalla. Uscendo da scuola, di corsa. Verso il campo: anni di andata e ritorno. Con i capelli bagnati nonostante le raccomandazioni di tua madre per farteli asciugare.

Il gigante e il bambino

Perché in questa città i ragazzini sognano tutti la stessa cosa e alcuni, quella cosa, un giorno se la ritrovano tra le mani: la maglia della Roma. Nella quale crescere dentro cercando di alimentare una sana utopia nel tentativo – folle, appassionante: unico! – di trasformarla in un traguardo. Per farlo, Niccolò Pisilli, disse a Bruno Conti che, anziché in difesa, avrebbe voluto giocare a centrocampo: un bambino davanti un mostro sacro. Un bambino educato ma con le idee chiare: il calcio in verticale, il senso del gol e due polmoni instancabili nel dare aria a quel sogno, rieccolo, che via-via, stagione dopo stagione, si è trasformato in una professione.

«Piango anche io»

Calciatore della Roma: tre parole, tutto. Esordio in Serie A compreso. E poi in coppa: segnando. Come i predestinati. E commuovendosi, come i Romanisti. “Pisilli segna, va sotto la curva e piange. Torna nello spogliatoio e piange. Me ne devo andare perché altrimenti piango anch’io“. Parole e musica di José Mourinho: un altro mostro sacro reso complice. Proprio come accade in tutte quelle storie in cui il bene di uno si intreccia con quello dell’altro. Solo che qui non si parla solamente di risultati: qui si parla anche, soprattutto, di sentimenti. Qui il bene primario è la Roma.

Più della prima 

E per Pisilli quel gol contro lo Sheriff Tiraspol non era importante perché gli aveva permesso per la prima volta, tra i professionisti, di scrivere il suo nome sul tabellino ma perché gli aveva dato la possibilità di esultare, Romanista tra i Romanisti, in mezzo alla sua gente. Senza improvvisare scenette social, nessun siparietto studiato a tavolino ma solamente portandosi le mani in testa perché incredulo nel rendersi conto che era accaduto per davvero. Avrei fatto come lui, avremmo fatto tutti come lui. Che adesso ormai non è più un ragazzino: è un protagonista. Con addosso, proprio come  quando era nella scuola calcio, la smania nel contare i giorni che lo dividono dal ritorno al centro sportivo di Trigoria: una nuova stagione. Non dimenticare di asciugarti i capelli, Niccolò.

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