Ci risiamo. Proprio mentre la Conferenza dei Servizi sembra andare spedita verso un'approvazione tanto agognata quanto finalmente alla portata, non smettono di circolare voci (mai ufficiali e mai dalle istituzioni) che vorrebbero invece il progetto in difficoltà. Veri e propri sabotaggi, se uno volesse pensar male. Ed in questo quadro arriva la notizia che qualcuno certamente rilancerà come la pietra tombale sui sogni di ogni tifoso della Roma: il Mibact pone un nuovo vincolo su Tor Di Valle.

Il Mibact, che null'altro sarebbe se non il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ente che sempre più assomiglia nell'immaginario collettivo all'Impero di Guerre Stellari, con le sue uniformi nere e quel sottofondo musicale che non fa presagire nulla di buono, starebbe infatti per avviare una nuova procedura di vincolo sull'area in cui dovrebbe sorgere lo stadio. Nello specifico si tratterebbe di una novità assoluta (o quasi) per il nostro Paese e tutta da verificare.

Ma veniamo all'indiscrezione che arriva nella nostra redazione a poche ore dalla chiusura del giornale: la Direzione Architettura Contemporanea del Ministero, guidata dall'architetto Federica Galloni, dovrebbe proporre (o addirittura già emettere) un decreto di vincolo sulle ormai famose e famigerate tribune di Lafuente ai sensi delle norme sul diritto d'autore (legge 633/41). Una legge appunto del 22 aprile del 1941 volta a tutelare «le opere dell'ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all'architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione». Secondo quanto previsto da questa legge, in sostanza non sarebbe possibile la demolizione (o la modifica) delle tribune dell'ippodromo senza il consenso dell'autore o «degli eredi rappresentanti la maggioranza per valore delle quote ereditarie».

E qui c'è il nodo di tutta questa nuova vicenda. Non è una novità, infatti, che Clara Lafuente, architetto a sua volta, figlia di Julio che alla fine degli Anni Cinquanta disegnò l'ippodromo per le Olimpiadi del 1960, da tempo sia interessata alla conservazione dell'opera del padre. È stata promotrice anche di una raccolta firme indirizzata a Dan Meis (l'architetto progettista dello stadio della Roma) chiedendo una modifica al progetto che salvaguardasse proprio le tribune. La Lafuente, utilizzata come vero scudo dai (purtroppo) tanti che si oppongono alla costruzione dello stadio, in realtà non è mai stata contro il nuovo impianto della Roma, ma ha sempre chiesto modifiche sostanziali che permettessero la collocazione del nuovo stadio e degli edifici adiacenti in una nuova area che evitasse la demolizione delle tribune.

Sembra improbabile pensare che ora possa cambiare idea e consentire quanto previsto dal progetto. Siamo quindi al capitolo finale, senza lieto fine, della vicenda Tor Di Valle? Assolutamente no. Perché di questi ricorsi ne abbiamo già visti e ne vedremo ancora. Perché il Mibact ha dato il via libera al progetto in via preliminare dal 2014, e metterlo nuovamente oggi in discussione apparirebbe forse poco serio. Perché chiunque vedrebbe che le tribune dell'ippodromo sono, più che un bene da tutelare, un rischio da cui tutelarsi. Perché come accaduto in precedenza, questo è (o sarebbe) solo l'inizio di un iter che prevede 120 giorni di tempo per i proponenti per presentare le proprie controdeduzioni. Perché proprio i proponenti appaiono tranquilli e fiduciosi di fronte a questo nuovo ostacolo. Perché la legge del ‘41 prevede sì la tutela di certi beni, ma lo fa a determinate condizioni (per esempio l'autore deve eseguire il deposito del piano o disegno presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, secondo le norme stabilite dal regolamento).

Perché è ora, crediamo, che si faccia finita, con tentativi più o meno legittimi, di sabotare un'opera necessaria al club, ma ancor di più alla città e al Paese. Ce lo hanno detto tutte le personalità che abbiamo interpellato in questi mesi. Un'opportunità, un'occasione, che non possiamo e non vogliamo lasciarci sfuggire.