È uno dei centrocampisti più costosi della storia della Roma. Uno degli acquisti più onerosi del club, insieme agli attuali compagni di squadra Nzonzi e Schick e due signori del calcio come Cassano e Batistuta. Bryan Cristante è arrivato in estate nella Capitale, con i crismi del predestinato e dopo una stagione straordinaria con l'Atalanta di Gasperini. Le premesse c'erano tutte, confermarsi in un grande club non è mai una passeggiata, specialmente se la squadra, in questo caso quella di Di Francesco, versa in condizioni precarie e ha cambiato tanto e proprio nella zona di campo dove passa il gioco. Non vuol essere un'attenuante per un calciatore che deve comunque ritrovarsi. Che è stato impiegato nove volte in campionato (con un gol all'attivo, quello segnato al Chievo) e due in Champions League, ma solo cinque volte da titolare e quindi ancora non ha convinto il tecnico. Poi, solo spezzoni. Prima della gara con la sua ex squadra, alla seconda di campionato, era andato via Strootman. Il grande vuoto, e il possibile spazio aperto, deve aver responsabilizzato oltre misura Bryan e il compagno di reparto Lorenzo Pellegrini, anche lui finito nell'occhio del ciclone per le prime gare di stagione al di sotto della aspettative, ma che ha avuto sicuramente l'opportunità e il merito di rialzarsi, a partire da un gol di tacco nel derby, che resterà nella memoria di Roma nei secoli. Servirà un'occasione, probabilmente, magari nella prossima trasferta di Firenze, per sbloccare Cristante e far crescere la sua fiducia: «Deve ritrovare serenità», spiega al Romanista Alberto Romano, responsabile dell'attività di base della Liventina, squadra di Motta di Livenza, e allenatore di Bryan per quasi tre anni, in un'epoca in cui già si vedeva la stoffa di chi sarebbe arrivato in alto. Già, perché la Roma, e prima della squadra giallorossa il Milan - per proseguire il percorso delle giovanili - e il Benfica - che lo acquistò per circa 6 milioni di euro dai rossoneri -, sono l'alto. 

Alberto Romano

Le origini

Serio, determinato, pratico, silenzioso e rispettoso, mai fuori posto: «È uno che quando ha un obiettivo lo raggiunge», assicurano le persone che gli stanno intorno. Ha avuto e ha tutt'ora al suo seguito i suoi cari. Il papà Walter, di origini canadesi,  che fa il dirigente nella squadra (ci giocò da portiere) dove ha mosso i primi passi il figlio, e la mamma Liliana, che è un po' la guida "spirituale" del centrocampista romanista,  raggiungono spesso  la Capitale (con la sorella di Bryan, Sharon) per seguire dal vivo le partite. Si è formato a Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, a poche centinaia di metri da dove abita la sua famiglia, San Giovanni, e a pochi chilometri da dove è nato, San Vito al Tagliamento. È  il simbolo della  Sas Casarsa, insieme a colui che molti anni prima ne fu un fondatore, cioè un certo Pier Paolo Pasolini.

Fin da giovanissimo Bryan era diverso, era più avanti degli altri, e non solo fisicamente. Non è una forzatura affermare che Cristante già a 10 anni era un piccolo professionista: «Spiccava come struttura, era un precoce da questo punto di vista. Era nettamente più grande dei compagni. E poi spiccava in personalità, capacità di approcciare il lavoro sul campo con spirito da ragazzo maturo, sapeva gestire le forze nell'allenamento e nei momenti decisivi della partita, lui doveva vincere. È sempre stato un protagonista, fino all'eccesso, forse, nel senso che questa modalità di essere lo faceva essere già "grande", prima degli altri. Ha giocato con quelli più avanti negli anni, negli esordienti ha fatto il suo percorso, poi nei giovanissimi dopo pochi mesi è stato portato subito con i più anziani, cosa che poi è avvenuta al Milan».

Il giovane Bryan

Mediano, trequartista, purché fosse al centro del gioco. Così lo impiegava Romano ai tempi della Liventina, così l'hanno voluto gli allenatori con i quali ha reso meglio in carriera: «Vista la personalità era quello che dirigeva, il gioco passava sempre da lui. Lo mettevamo a due o da metodista, proprio davanti alla difesa: grande capacità nello stacco aereo, visione di gioco, grandissimo piede quindi il lancio era sempre preciso. Anche le punizioni (dote con cui si mise in luce al Viareggio, poi col Milan, ndr), quindi anche gran tiro». E poi, altra caratteristica, quella di giocarla sempre: «Come cultura della società c'è quella di non buttar mai via la palla, a lui è rimasta questa cosa anche adesso in Serie A, va sempre a rischio».

Un percorso di vita, quello di Cristante tra Friuli e Veneto, che l'ha portato a essere il fiore all'occhiello della società di Motta (insieme a Kingsley Boateng), che all'epoca lavorava molto con il Milan, mentre adesso è "centro di reclutamento" Inter: «Come istruttore - prosegue Romano - quando vedi un ragazzo che hai allenato che raggiunge questi livelli realizzi un sogno. L'allenatore non trasforma un ragazzo, riesce a impostare le sue modalità di fare le cose, noi gli trasmettiamo tattica e tecnica, ma poi c'è la capacità propria che lo porta ad essere a questo livello. Si è  allenato con personaggi come Ibrahimovic, a sedici anni. Questa è una grandissima soddisfazione. Viene da una famiglia semplice, con principi sani, e questo si vede nel ragazzo. Le capacità tecniche individuali emergono nei nostri percorsi e si vede anche nei ragazzini. Quello che fa la differenza è come loro approcciano la cosa: la famiglia non dev'essere invadente, questo è lo spazio dei ragazzi. Senza personalità anche se hai talento tecnicamente non puoi diventare giocatore, devi fare allenamento sempre al massimo, essere caparbio, non mollare mai. Tutto questo era Bryan». Che «studiava sul pullman mentre lo portavo al campo», ricorda Luigino, l'autista della società che lo prelevava a casa dei nonni dopo la scuola e lo riportava, in un giro da 70 km al giorno, a casa dai genitori la sera.

I primi successi

La scoperta e l'ascesa

«Quando Bryan è arrivato da noi per fare il campionato esordienti - racconta Bruno Cover, oggi talent scout della Liventina e osservatore dell'Inter - c'era un interesse dell'Atalanta sul ragazzo. Riuscimmo ad avere la fiducia della famiglia perché parlammo tenendo i piedi per terra. I bergamaschi non avevano società di riferimento in Veneto e i "soli" 33 km di distanza da casa furono un altro elemento importante per strapparlo alla concorrenza di una società così importante». È stato fin dall'inizio un leader «silenzioso, perché in campo non è che parlasse più di tanto, però aveva un modo di lavorare che lo rendeva autorevole: era sempre pronto a giocare per i compagni. Aveva la personalità con i fatti, non con le parole».

Foto di gruppo

E con i fatti, passo dopo passo, è arrivato al Milan. Ha saputo aspettare, tanto prima o poi, se son rose fioriscono: «L'anno prima era andato via Boateng, poi ho iniziato per qualche allenamento al centro Vismara a Milano ad accompagnare io stesso Cristante. Mi sorprese che, nonostante la giovanissima età, lui era sempre vicino all'allenatore per prendere ogni informazione utile per l'allenamento». Dai tredici ai sedici anni l'ascesa: il Viareggio da miglior giocatore, poi l'esordio in Champions League (contro il Viktoria Plzen contro cui ha rigiocato a inizio ottobre con la Roma) prima che in Serie A. Il gol alla prima a San Siro, contro la sua futura squadra, l'Atalanta. Eppure qualcosa a Milanello andò storto: «Probabilmente al Milan prima Allegri, poi Seedorf e Inzaghi gli fecero delle promesse che poi non riuscirono a mantenere, creando delle aspettative. Quando si è presentato il Benfica è stato anche contento di andare». In Portogallo però ha incontrato qualche difficoltà di troppo: «Il passo e il ritmo erano diversi, l'esperienza gli è stata utile per capire anche che ancora non era giocatore». Il rientro in Italia è stato un periodo buio, passato tra prestiti dai portoghesi a Palermo e Pescara: «Due momenti non facili, in Abruzzo ha subito anche una situazione societaria non tranquilla, lo stesso Oddo "scappò" via». Ha potuto però ricominciare da un progetto che sembrava calzare perfettamente sulle sue caratteristiche: «Sì, in una società importante, come l'Atalanta, dove però magari non hai certe pressioni, ma devi dimostrare di essere un calciatore. Gasperini ha creduto tanto in lui, è stato lasciato più "libero" di andare a concludere e lui fa male quando si inserisce. È venuto fuori ancora di più».

Insieme alla  Roma, dopo la consacrazione in nerazzurro, c'erano anche altre società interessate: «C'è stata qualche battuta sulla Juve, che poteva vedere in lui il sostituto di Marchisio. E poi la Lazio, dove ora lavora Mauro Bianchessi, che l'aveva avuto al Milan. Ma Bryan deve aver visto maggiore prospettiva anche di carriera internazionale con la Roma». Dove però l'impatto non è stato dei migliori: «Non ero certo fosse pronto, nonostante il campionato con l'Atalanta, per una piazza così grande ed esigente. Ne parlai col padre. Ma Cristante ovviamente fu subito entusiasta dell'occasione». I precedenti però non aiutano Cristante. Kessie, Gagliardini, Spinazzola, Conti, Caldara: tutte grandi promesse, venute alla luce dalla bottega d'oro dall'Atalanta che hanno riscontrato più di una criticità quando sono uscite da Zingonia. È ancora presto per giudicare Bryan, che può dimostrare di essere l'eccezione che conferma la regola: «Può esserlo, sì. Magari i tempi non possono essere quelli che si aspetta la gente.  Di sicuro lui non si scoraggerà, ha bisogno di una squadra che giochi con lui. A Bergamo erano tutti per uno e uno per tutti, alla Roma finora ci sono stati problemi, mancano ancora certi meccanismi». Caparbio, determinato. Così ce l'hanno descritto, questo l'ha reso professionista, un "soldato" del calcio, il soldato Bryan. Con la speranza che possa vincere la guerra, non solo la prossima battaglia.

Ha iniziato nella squadra di Pasolini: "Due simboli"

Bryan Cristante e Pier Paolo Pasolini. Apparentemente l'accostamento potrebbe non suggerire nulla di particolare. Cos'hanno in comune? Le origini e la squadra calcio possono bastare. Più di qualche legame con la Capitale, poi, completa la vicinanza. Sono entrambi simboli del Casarsa, società - appunto artistico sportiva - che ha avuto tra i fondatori proprio  l'intellettuale bolognese di nascita ma friulano di sangue.  Pasolini ha vissuto in maniera totalizzante «l'ultima rappresentazione di sacralità del nostro tempo», il calcio. Tifoso del Bologna, come testimonia la sua stanza della casa materna (oggi Centro Studi Pier Paolo Pasolini), dove ha vissuto a lungo e passato spesso l'estate, dipinta di rossoblu in epoca giovanile. Nel Casarsa, come Cristante, ci ha giocato. E anche lui, come il centrocampista di San Vito al Tagliamento, ha avuto "Mamma Roma" nel destino.

«Siamo orgogliosi di annoverare tra i nostri simboli Pasolini e Cristante che hanno giocato in epoche diverse sullo stesso campo», spiega Claudio Colussi, presidente della società friulana. «Cristante è molto legato alla sua terra, è tornato qui prima del ritiro con la Roma, ha incontrato i ragazzi ed è stata una bellissima giornata di festa, soprattutto per i nostri giovani, ai quali chiediamo di diventare dei nuovi Bryan». Quando Cristante ha iniziato a giocare a calcio, il presidente era sempre un Colussi, ma Ettore: «Era un precoce, quando dai Pulcini passò agli Esordienti, noi lavoravamo con la Liventina Gorghense, società veneta "vicina". Era l'ambiente giusto, anche secondo la famiglia.  Era un centro in orbita Milan e noi eravamo affiliati. Decidemmo di darlo a loro.  Quando si è trasferito a Motta di Livenza lo andavo a vedere spesso perché avevamo lì anche qualche altro ragazzo. Ricordo che avevo qualche perplessità allora, chiedevo a Bruno Cover (il talent scout dei veneti): "Ma ti piace proprio questo Cristante?" e lui rispondeva: "Non capisci nulla... Ha carattere, ha il calcio dentro"».