La vita sportiva di Franco Tancredi è stato un qualcosa che gli è accaduto mentre altri erano intenti a fare altri progetti su di lui. A cominciare da papà Francesco, che, essendosi accorto che il figlio a scuola se la cava piuttosto bene, decide di dargli una terza possibilità rispetto alle due che di solito si presentano a chi nasce a Giulianova, sito diviso in due già da solo.

Nascere lì significa essere mezzo abruzzese e mezzo marchigiano, mezzo di mare e mezzo di montagna e quindi destinato ad essere o pescatore o contadino. «O ragioniere o geometra», pensa invece papà Francesco e lo iscrive all'Istituto tecnico commerciale. Se Franco va bene a scuola, però, non è necessariamente per una spiccata propensione a far di conto. Va bene semplicemente perché s'impegna seriamente in tutto quello che fa. Anche nel calcio, dove, piccolo, agile e scattante, si rivela una buona ala destra. Anche in campo, però, la via da seguire è un'altra. La individua Nicola Tribuiani, allenatore della prima squadra del Giulianova. Uno così esplosivo deve stare in porta. Lui ci va e non ne esce più. A 17 anni è già titolare in Serie C. Si capisce subito che è forte, che quella è solo una splendida premessa della sua carriera. È la stagione 1971-72, lo scudetto è del Milan, la squadra per la quale gli accade di tifare mentre va in fumo un altro progetto del padre: quello di farne un tifoso interista. Ma la sua vita sportiva, appunto, è un qualcosa che gli accade mentre tutti fanno altri progetti su di lui, compreso lui stesso. La prima squadra a prenderlo è proprio il Milan, ma dopo un anno in prestito al Rimini non riprende la Via Emilia verso il nord, ma la Via Flaminia verso Roma. Lo viene a sapere dalla radio, mentre è in macchina con la moglie e la suocera.

A Roma troverà un altro bel pezzo di Milan: Nils Liedholm, che ha scelto lui come futuro estremo difensore della porta giallorossa dopo Paolo Conti. L'esordio però arriva prima di Liedholm. Il 28 gennaio 1979, l'allenatore della Roma è Ferruccio Valcareggi, l'avversario il Verona di Franco Superchi, che in un futuro molto felice sarà la riserva di Tancredi. Nello stesso giorno, ci sono il suo passato e il suo futuro. La Roma vince 2-0, lui non prende gol. Paolo Conti, rivale leale e prezioso compagno di allenamenti, è il primo ad abbracciarlo.

La storia di Franco Tancredi con la Roma è iniziata. Una storia unica. Dal 1979 al 1990, 288 presenze, di cui 258 consecutive. Solo Dino Zoff può vantare una striscia più lunga. I primi applausi sono sempre per lui, che quando i giocatori si disperdono dopo la foto di rito, prima di sistemarsi in porta guarda la curva. "Tancredi! Tancredi!" è il coro."Franco! Franco!" diventa poco dopo, quando si prende confidenza o quando c'è un particolare bisogno. Quando è tutto nelle sue mani. Spesso è accaduto.

Come nel 1980 all'Olimpico, quando para i rigori che ci fanno vincere contro il Torino la Coppa Italia da cui partirà la cavalcata della Roma più bella di sempre. Una finale unica. Una Roma che ha iniziato a sentirsi forte proprio grazie alle parate di Tancredi. Dall'inizio. Dal numero uno. Aveva visto i rigori della semifinale tra Torino e Juventus e si era appuntato tutto dicome avevano calciato i rigoristi. Nella finale, infatti, gli segnano in due: soltanto quelli che non avevano tirato nella semifinale.

Quella Roma è forte perché Franco Tancredi ti fa sentire protetto. I suoi tifosi sono fortissimi perché il giocatore a loro più vicino è Franco Tancredi. Anche loro si sentono protetti. È un doppio muro, una doppia protezione per la Roma. Franco guarda sempre la Sud, prima di ogni partita. Esulta verso la Sud, ad ogni gol che la Roma segna nell'altra porta o alla fine se la Roma ha vinto. E se sta sotto la Nord, para il rigore a Giordano nel derby. Ne ha parati tanti, di rigori. Anche la Coppa Italia del 1981 è tutta sua. Sempre contro il Torino, abitudini piacevolissime. Quella volta l'ultimo rigore lo segna Paulo Roberto Falcao. Prima l'aveva sbagliato Agostino Di Bartolomei e forse anche per questo Tancredi poi para. Lui è uno che è rimasto sempre vicino ad Agostino prima e alla sua famiglia dopo. Con lui ha festeggiato lo scudetto, vinto grazie alla sua parata più bella e più difficile, a Verona al novantesimo minuto, su Ezio Sella. «Mi sono girato su me stesso, lui ha tirato talmente forte e io sono andato talmente veloce che l'ho presa sulla linea e la palla mi è rimasta in mano». Siamo sempre stati tutti nelle sue mani.

Para in tutti i modi. Non è alto, ma salta come una molla. Palletta qualcuno lo chiama. Quando esce, non ha paura di niente. Tutta Italia lo ammira. Tutta Italia lo vuole titolare della Nazionale ai Mondiali del Messico 1986, tranne Enzo Bearzot, che inspiegabilmente gli preferisce Giovanni Galli. Nils Liedholm una volta ha detto che la sua Roma poteva attaccare con tanti giocatori perché tutti pensavano di poterlo fare, "tanto in porta c'è Franco". Tanto c'è Tancredi. Tanto c'era Tancredi... L'abbiamo pensato tutti anche nella notte più importante, l'unica senza rigori parati: il 30 maggio 1984, finale della Coppa dei Campioni allo stadio Olimpico. Mercoledì. «Avevo studiato tutti i rigoristi del Liverpool. Ma hanno cambiato tutti lato». Poi ha ricominciato a parare rigori, una volta ha tolto dall'incrocio dei pali un bolide di un altro Franco, Colomba, dell'Avellino. A 35 anni al Flaminio, quindi sulla stessa via che da Rimini l'aveva portato a Roma, è stato il primo portiere a parare un calcio di rigore a Roberto Baggio. No, non si era dimenticato come si parano i rigori, che non sono la vera questione di quella maledetta notte di maggio del 1984: il punto è che l'arbitro svedese Frediksson non ha fischiato una evidente carica su di lui nell'azione del gol del Liverpool.

A Roma, lo abbiamo sempre visto col naso arricciato e gli occhi a fessura, come uno a cui dà fastidio il sole. Chissà quanto ne ha trovato a Torino, dove è stato due volte. La prima, nell'ultimo anno da calciatore, stagione 1990-91. Tornò da avversario e baciò la maglia del raccattapalle della Roma andando sotto la sua curva. "Bentornato a casa, Franco", scrisse la sua Sud. Quasi scappò dall'allenamento granata, pur di esserci all'addio al calcio di Bruno Conti. Poi, dopo anni passati a insegnare ai portieri della Roma come fare a difendere la porta della Roma ci tornò per seguire Fabio Capello e molti non gliel'hanno perdonata. Solo una cosa gli ha fatto più male dei fischi subiti il giorno degli 80 anni della Roma: il petardo che il 13 dicembre 1987 lo colpì a Milano, causandogli un arresto cardiaco. Pensò di smettere col calcio, una settimana dopo era già in campo e i difensori della Roma lasciavano tirare i giocatori del Pescara per fargli fare belle parate. Tanto in porta c'è Tancredi.

Il suo ritorno più bello è stato nel 2011, per fare da preparatore dei portieri a Luis Enrique. Era l'immagine della felicità. "Bentornato a casa, Franco", lo striscione dei suoi tifosi era lo stesso di 20 anni prima a Riscone di Brunico. È stato e resterà per sempre insieme a Masetti il più grande portiere della nostra storia, il numero 1 dello Scudetto, la presenza leale in campo e negli spogliatoi, uno che la Roma se l'è sposata dentro e che anche oggi quando ne parla cambia volto. Gli viene un sorriso. E un groppo in gola quando pensa a quella notte di maggio del 1984 e, soprattutto, a quella mattina di maggio del 1994. «Agostino era e resterà per sempre il mio capitano», ha sempre detto. Franco Tancredi era, e resterà per sempre, anche se adesso non lavora più nella Roma, un'immagine romanista. Quella splendida del giorno del suo ingresso nella Hall of Fame, quando ha preso la bandiera con il volto di Agostino dalla sua curva Sud e ha iniziato a sventolarla al cielo. È stata la sua parata più bella.