Veniva da Parma, Carlo Ancelotti. Giocava in Serie C, ma ogni volta che giocava contro l'Alessandria, a vederlo c'era Carlo Liedholm, il figlio del Barone. Il 17 giugno 1979, però, a vederlo segnare 2 gol nello spareggio per andare in B tra Parma e Triestina, c'era proprio Nils Liedholm, con Dino Viola. Il presidente si convinse lì. Per averlo Viola paga al presidente del Parma Ernesto Ceresini 300 milioni più le comproprietà di Walter Casaroli e del portiere Alessandro Zaninelli. Totale: 750 milioni. Il Barone s'era già convinto vedendolo giocare in Serie C e conoscendo la famiglia, a Reggiolo. Papà contadino che manda avanti terre in affitto, mamma pronta a seguirlo a Roma. La grande città faceva più paura del doppio salto di categoria. «L'impatto è stato abbastanza traumatico. Mi ricordo che ero arrivato in stazione, al primo giorno del ritiro c'era un mare di gente, cosa che a Parma era impensabile. Col tempo mi sono trovato molto bene». L'episodio più famoso è quello legato al povero tassista che lo accompagna alla sede al Circo Massimo, dove c'è ancora più gente che in stazione. Tifosi che quando lo vedono fare il gesto di pagare la corsa, insorgono. «Il bimbo non deve pagare!».

Ha 20 anni, è il più piccolo della compagnia e per questo è "il bimbo". Porta i segni dei tortelli della nonna e Liedholm lo mette subito al lavoro per dimagrire. Lui ascolta, impara, gioca, segna già alla seconda giornata a Pescara, ma si fa prima a capire che il suo destino è quello di diventare un gran centrocampista piuttosto che a imparare che il suo cognome si scrive con una elle sola. Ancora oggi qualche giornalista o presunto tale non l'ha fortissimo aveva bisogno d'essere rafforzato. Il 4 dicembre 1983 la Roma con lo scudetto sul petto e alla rincorsa della Coppa dei Campioni, pareggia 2-2 al 90' sul campo della Juventus. Roberto Pruzzo segna il gol più bello della sua carriera con quella rovesciata all'ultimo minuto, unico gesto tecnico possibile all'altezza del "sombrero" di Chierico a Platini da cui poi gli era arrivato il pallone. Ma appena finita la partita, invece di prendersi la meritatissima gloria, il primo pensiero del Bomber è per il compagno di squadra.«Penso a lui, che è stato ancora una volta sfortunato e che è il migliore di tutti noi». "Il migliore di tutti noi" s'è rotto un'altra volta il legamento crociato. Stavolta sa cosa lo aspetta. E forse è pure peggio.

Ma ce la fa anche stavolta. Torna ancora, Carlo Ancelotti. Dei rigori "non calciati" contro il Liverpool, si parla spesso di quello di Falcao, di quelli di Cerezo e Pruzzo, di quelli di Maldera, ma si dimentica troppo spesso il suo. Sarebbe servito anche ben prima dei rigori. Per vincere la Coppa dei Campioni la Roma aveva costruito il centrocampo più forte che si sia mai visto: Falcao, Cerezo, Ancelotti, Conti. Purtroppo è durato troppo poco, purtroppo nella notte più importante Carletto non c'è.

Poi diventa capitano. «Essere capitano della Roma è come essere capitano di una città intera», ha scritto nella sua autobiografia. Sfiora un altro scudetto e dimostra definitivamente la sua grandezza nel finale della stagione 1986-87. Mentre la Roma molla, fa scappare Eriksson e molti, troppi, si tirano indietro, lui è tra i pochi che può guardare tutti a testa alta. I tifosi lo capiscono e dopo un umiliante 0-3 subito dalla Sampdoria, la sua corsa sotto la curva salva i compagni e gli agenti dal lancio di oggetti. Un altro dei pochi a non tirarsi indietro è Sebino Nela, che proprio quel giorno si fa male, anzi malissimo, e riceverà in regalo la sua stampella. Solo che Dino Viola pensa che due infortuni così gravi sono troppi e accetta i soldi del Milan.

Ancelotti scopre di essere stato venduto l'ultimo giorno di mercato. Non se ne sarebbe mai andato. Mentre trattiene una lacrima, dice: «Questo è il mio ultimo regalo alla Roma. Sono sicuro che con questi soldi sarà possibile prendere altri giovani più vogliosi e, nel frattempo, la mia cessione consentirà a Desideri di crescere in fretta». I desideri della Roma sono sempre i suoi. Anche nel giorno della sua prima volta da avversario, gennaio 1989, quando con il Milan batte una Roma disastrata. «Com'è la Roma?», gli chiede Claudio Icardi mentre lui sta aspettando che la contestazione si plachi. «Sempre magica», risponde con naturalezza, lui che è già un giocatore del Milan e che l'anno dopo al Flaminio, pur vestendo la maglia rossonera, sarà in grado ancora una volta di farsi ascoltare dai tifosi romanisti placando un'altra contestazione.

«La lontananza rafforza l'amore, Carlo ritorna», gli aveva scritto in quel giorno del gennaio 1989 la Sud che non era in Sud. L'aveva già accolto in segreto dopo lo scudetto del Milan. S'annoiava, a Milano, e lo festeggiò a Roma. Ma il bimbo da tempo era diventato grande. Diventerà grandissimo, anche come allenatore. Da almeno 20 anni è uno dei migliori in circolazione, ha perso il conto dei trofei vinti. Unico vero erede di Liedholm, soprattutto per come riesce a far rendere la squadra smorzando le tensioni. Il leader calmo. Una volta, quando era al Milan, gli dissero: «Ti toccherà tifare per la Roma». Lui si fece serissimo, probabilmente fece calare anche il sopracciglio eternamente più alto dell'altro, e rispose con la voce ferma: «Non è una cosa che mi riesce particolarmente difficile». Batterà il Liverpool in finale di Champions League. E siccome la lontananza rafforza l'amore, ancora oggi a molti piace pensare che stia semplicemente aspettando che la Roma diventi grande come lui. «Il destino del calcio è ingrato, ma è anche grato. La rivincita è capitata a me e prima o poi capiterà anche alla Roma». Applausi, solo applausi per Carlo Ancelotti, un romanista.