Faccio fatica. Scrivere, per me, nel peggiore dei casi, è stata sempre una piacevole sofferenza, mai una fatica. Questa volta no. È una fatica epidermica, fisica, intellettuale, viscerale. È sofferenza senza nessuna piacevolezza perché solo poche ore fa, svegliandomi dopo una notte tormentata in cui il sonno non aveva voluto saperne di impadronirsi di me, forse voleva avvertirmi, mi è arrivata la notizia che Massimo Ruggeri se ne è andato a sorridere da qualche altra parte. Il mio amico e fratello Massimo. Una mazzata che mi ha demolito.

Non potremo più sorridere insieme. Non potremo più prenderci in giro, lui a dirmi cretino, io a rispondergli che si comprasse le scarpe con i lacci, lui a tranquillizzarmi dai miei eccessi dialettici, io a dirgli di rivolgersi a un dottore bravo, davvero un bel po', la conferma, puntata dopo puntata, che il nostro volersi bene partiva dal fatto che lui aveva capito la mia follia e io la sua. Non abbiamo mai preparato niente di costruito per La Signora in giallorosso. Non ce n'era bisogno, tra noi due esisteva una chimica naturale, ci bastava uno sguardo per capirci.

Lo conoscevo da oltre trenta anni, venti trascorsi insieme davanti alla televisione, in quel gioiello di trasmissione, la sua longevità lo sta a testimoniare, che Massimo aveva immaginato, programmato, messo in onda con il garbo del galantuomo, la competenza del professionista e il tifo di un romanista come me, come te, come voi. Ma quello che mi mancherà di più di Massimo non saranno certo le lucine rosse delle telecamere, ma tutto il resto.

Le centinaia di serate passate insieme a parlare di Roma e tanto altro, magari tutti intorno a un tavolo con Maria Sofia, l'avvocato Stagliano, Alessandro, Marco, Adriano, Filippo, David, Giuseppe, Massimiliano, Gianfranco, Francesca, Fiammetta, Matteo, Giulia e tanti tanti altri, tutti più giovani di noi, capaci di proiettarci nel futuro, comunque colorato di giallorosso.

E poi le serate a casa sua con la moglie Caterina innamorata di lui e della sua capacità di sopportarlo, con i figli Anna Giulia e Umberto, due ragazzi che hanno la scintilla dell'intelligenza di Massimo, con il fratello Roberto, un bravissimo medico che non è mai riuscito a convincerlo a fare qualche controllo, vista l'età che avanzava, le troppe sigarette, il piacere di mettere le gambe sotto un tavolo per mangiare e chiacchierare, l'irrinunciabile fascino di sapere che la notte era sempre troppo giovane per sprecarla andando a dormire.

Mi mancherà più che il giornalista Massimo, la persona Massimo, una persona per bene, capace di interfacciarsi con i re e i barboni alla stessa maniera, sempre con quel sorriso accennato che era la firma sulla sua più grande qualità: l'ironia. Gli dicevo che la chimica del suo cervello era sconosciuta alla scienza, che uno come lui doveva essere studiato, perché ci sarebbe stato bisogno di più persone come lui, sorridenti e sdrammatizzanti, in un mondo del calcio sempre più popolato da becerume e veleni.

Mi mancheranno le sue telefonate, anche a notte fonda, per parlare della nostra Roma, degli arbitri che ce l'avevano con noi, di società, allenatori, calciatori, quasi mai di colleghi perché Massimo, credetemi, magari lo pensava, ma faceva fatica a parlare male di qualcuno, preferiva semmai non parlarne, era il suo modo di farti capire.

In queste ultime settimane, era preoccupato per le vicende del campionato, chiamava per sentirsi confortato, gli rispondevo che stesse tranquillo, che non sarebbe successo. Mi mancherà il tifoso Massimo, romanista come me, come te, come voi, ma mai questo suo amore dichiarato lo ha portato ad andare oltre.

In questi anni, centinaia di persone, davvero centinaia e centinaia, mi hanno chiesto, chi con un sorriso, chi con un'acidità incomprensibile, se Massimo ci faceva o c'era. La mia risposta è stata sempre la stessa: entrambe le cose e questo ne faceva una persona unica. Me lo hanno testimoniato, se mai ce ne fosse stato bisogno, le centinaia di messaggi che ieri hanno inondato il mio telefono, a conferma di come Massimo abbia comunque tracciato una strada nel cuore della gente.

In questo momento per me di dolore acuto, sarebbe stato capace di chiedermi un official e par amigos. Gli avrei risposto official: è una sofferenza sapere che te ne sei andato da un'altra parte. Par amigos: vieni fuori da dove ti sei nascosto, mettiti i lacci alle scarpe e andiamo a divertirci con la Signora in giallorosso.

Bruce Springsteen quando morì Clarence Clemons, il suo sassofonista, disse: «Clarence vivrà fino a quando ci sarà la E Street Band». Con te, per me, sarà la stessa cosa.

Grazie, Massimo.