Tic-tac, tic-tac, tic-tac. La sveglia. O il cuore. Forse una bomba. In quel momento tutto si confonde e distinguere i suoni è un'impresa. L'intensità crescente del ticchettio suggerisce che è sul punto di deflagrare, qualsiasi cosa sia. Allora ti guardi intorno e realizzi che col soffitto di fronte a te non puoi che essere steso. Anche se hai già gli occhi sbarrati e non la consueta palpebra a mezz'asta della mattina. Sudori freddi. Vuoi vedere che...? Sei già pronto a imprecare contro sveglia e udito e sonno pesante, quando le lancette catturano lo sguardo. Un quarto alle sette. Possibile? La notte e il giorno fanno staffetta al contrario. Stavolta si sono aggrovigliati. E la cognizione del tempo è una sconosciuta. Meno di un'ora e mezza di sonno alle spalle dovrebbe farmi barcollare. Invece è tutta adrenalina. Mista a caos. Vorrei dire a Palahniuk che il suo Tyler Durden è un dilettante.

Tic-tac, tic-tac. Alle 8.20 citofona Massimo. La puntualità fatta persona è in anticipo. Forse per abitudine ai miei cronici ritardi, più probabilmente perché l'ansia divora anche lui. Deve attendere meno di un minuto però, e appena spalanco il portone mi rendo conto che i nostri livelli di tensione corrono sullo stesso filo, testa a testa. Siamo muti, basta un cenno per capire che il percorso fino allo stadio non avrà sottofondo, se non quello del motore sotto sforzo del mio scooter scalcinato del periodo. Massimo è anche il suo peso, ma glielo devo: abitiamo vicini, non vuole infilarsi in auto in un giorno del genere e mi ha scarrozzato per l'Italia nelle mille trasferte. Elettricità e silenzi nostri fanno il paio con quelli della città. Ma Roma non dorme. Aspetta. E freme. Si avverte nell'aria già bollente. Nel tragitto ho modo di ripensare a qualche ora prima, quelle senza cesura fra sabato e domenica. «Domani è il Gran Giorno, eh?». La domanda rimbomba, come ripetuta un milione di volte. Un milione di volte credo di averla ascoltata, accompagnata da tutti i gesti apotropaici del caso. La scaramanzia non mi appartiene, ma sento che il mantra mainagioista si sta facendo largo. Le certezze di un girone fa si sono sgretolate, gli abbracci rotolanti per dieci file sugli spalti del Delle Alpi di appena un mese prima sembrano dissolti. Tutto congiura per tramutare l'eccitazione in maledetta inquietudine: i mezzi passi falsi con Milan e Napoli, la Juve a un tiro di schioppo, la classifica che ci tiene alla portata perfino di quegli altri. E poi la squadra che sembra arrancare, le scintille fra Mister e Montella, Bati più d'inerzia che di forza, i corridori con la spia della riserva accesa. Mi appello all'altare del Dieci, mentre si fa strada un tormento (un altro): a quante persone devo le scuse per le rispostacce delle ore precedenti? Gli amici, la ragazza, perfino i miei. Il fuoco è già divampato, la vocazione non è da pompiere. Ora meno che mai.

Tic-tac, tic-tac. Alle 9 davanti all'ostello ci sono tutti: Michele, Tommaso, Carlo, Cristina, Ezio, Davide, Livia. Bottiglie di Borghetti e stecche di sigarette (entrambe già aperte) annunciano il tipo di giornata. «Muoviamoci», è l'unica parola che si sente. Viale dei Gladiatori non finisce mai, l'attesa pure. La folla aumenta, i cancelli aprono con due ore d'anticipo. Entriamo di corsa, nemmeno fossimo a un minuto dal fischio d'inizio, ma il respiro è ancora trafelato quando siamo ormai sbracati da un'ora sui seggiolini. Tic-tac, tic-tac: alle 11 la Sud è stracolma. Eppure la gente non smette di arrivare. S'intuisce la quantità inverosimile quando perfino il parterre "sotto campo" in Tevere e gli angoli alti di Monte Mario accanto ai plexiglas non lasciano più spazio a scorci blu: solo teste. E giallo e rosso.
Tic-tac, tic-tac: la mezza. All'irrespirabile afa si aggiunge la bolgia. Ormai siamo in due su ogni seggiolino, rigorosamente in piedi, e in mezzo a ogni fila ce n'è un'altra improvvisata. La gamba tambureggia senza sosta. Tutti hanno seguito le indicazioni sul volantino dei gruppi della Curva: una bandiera ciascuno. E il fiato trattenuto il più possibile per quei 90 minuti di possibile eternità. Dalle tribune si alza «Chi non salta...», prontamente stoppato. La Sud ruggisce, lo sventolio oscura il cielo, il mondo trema. Lo fanno anche quelli del Parma quando testano il prato in giacca e cravatta: assordati dai fischi e da un poderoso «Corete, scappate» che farebbe vacillare anche le orde barbariche. Riacquisto convinzione.

Tic-tac, tic-tac. Ore 14.50. Siamo zuppi: gli idranti ci hanno rinfrescato, c'è anche alcol e sudore in quella mistura che allontanerebbe perfino le mosche, eppure in quell'attimo ci unisce. Ottanta, forse centomila. Un corpo unico. La lettura delle formazioni accresce il tumulto, l'inno s'inserisce nella baraonda e il suono diventa un indistinto tambureggiare. Pochi istanti e le altre già sono in vantaggio. Ansia. Dopo 19' Totti ci fa esplodere. Liberazione. Montella ci alleggerisce prima dell'intervallo, non durante: la tensione risale, la lotta contro noi stessi prosegue. Batistuta sembra mettere fine alle palpitazioni, ma qualche migliaio di geni invade. Si appendono alle traverse, il terrore si mischia a insulti irripetibili: in confronto Capello è un uomo sereno e pacato.
Tic-tac, tic-tac: si riprende. «Quanto manca?». Smania. Vedo solo bandiere e gli unici sguardi al campo sono verso il servizio d'ordine che tiene a bada gli invasori. Rabbia. Dura poco, ma è un'eternità. E all'improvviso, l'apoteosi. Piango a dirotto come non mi capitava dai tempi dell'infanzia, abbraccio chiunque. Travolgo e sono travolto. Rido, piango, urlo, salto, mi sdraio. Emozioni simili non ne ricordo. Felicità è essere romanista. Il ticchettio si allontana ma lo sento ancora, da piazza del Popolo a Testaccio e in tutta la città impazzita di gioia. Fino alle 7, a 24 ore dalla sveglia. Ora lo so: era il tempo che scorreva fermandosi. Era, è, sarà l'infinito del 17 giugno 2001.