Chi è stato bambino negli anni sessanta, ahimé, da piccolo tifoso romanista, il calcio più che vederlo, lo immaginava. La tv era ancora senza colori, c'era solo un canale, la radio era un optional, internet un mondo che solo a pensarlo ti avrebbero portato da un medico. Il calcio era più che altro immaginato e sognato. Per un bambino che tifava Roma, come chi scrive, l'immaginario era una risorsa a cui ci si aggrappava per sfidare il mondo. Quindi, il Real, sempre loro, che all'epoca in bacheca già aveva un buon numero di coppe con le grandi orecchie. E i sogni di quel bambino erano popolati di Bernabeu, Gento, Puskas, Di Stefano, ma soprattutto dall'idea, un giorno, di andare a casa loro, con la nostra Roma, sfidarli sul loro campo, batterli, eliminarli in un confronto diretto che, a quei tempi, solo pensarlo era un esercizio di colpevole ottimismo.

E invece... Sono stato presente, per questioni di lavoro ma non solo, al Bernabeu, in quattro delle cinque sfide che la nostra Roma è andata a giocare sul campo di quelli che poi, nel tempo, sono diventati i galacticos. Assente solo nella più recente, quel due a zero per i blancos con Dzeko e Salah che non ne vollero sapere di buttarla dentro. La prima volta ci arrivai affascinato e impaurito, ripagato da un pareggio per uno a uno, il nostro gol realizzato, come ti sbagli, da quello con il numero dieci. La seconda volta andò pure meglio, vittoria a Madrid e, come ti risbagli, ancora il dieci a regalarci una gioia mai provata. La terza eravamo nel ruolo di vittime sacrificali, la stagione dei cinque allenatori, quella sera sulla nostra panchina sedeva Sella, l'unica volta che la occupò da capo allenatore, andammo incredibilmente in vantaggio di due gol, De Rossi e Cassano, poi il Real fece la voce del padrone, quattro pappine e buonanotte ai suonatori. Erano, comunque, tutte partite nell'ambito di un girone, non avevano la passione, l'emozione, il pathos del confronto diretto, vinci o torni a casa.

Fino al marzo del 2008, partita di ritorno degli ottavi di finale della Champions, due a uno per noi in casa. La Roma del primo Spalletti che giocava un calcio da svenire, la Roma di Taddei, Perrotta, Tonetto, Doni, ma anche di Totti, De Rossi, Pizarro, Mexes, Juan. Fu una notte che porterò nel cuore fino a quando avrò capacità di intendere e volere. Il Bernabeu spingeva, ma i seimila, ottomila, forse diecimila tifosi giallorossi presenti, spinsero la Roma oltre l'ostacolo Real. Al termine di novanta minuti giocati in maniera straordinaria, due a uno ancora per noi, Aquilani che costrinse i palati fini del Bernabeu ad applaudirlo, Totti a rinfocolare la voglia dei tifosi madridisti di vederlo con la camiceta blanca, Taddei che sembrava ce ne fossero cinque, mamma mia quel gol di testa su cross di Tonetto, De Rossi a comandare il gioco, Vucinic, una volta entrato, a umiliare il Real pure con il gol finale che peraltro non ci sarebbe servito, il Real che segnò in fuorigioco ma chissenefrega. Perché quella Roma fu più forte di tutto. Regalandomi, regalandoci un sogno. Lo manifestai in maniera esagerata nella tribuna stampa del Bernabeu. E poi cominciò una notte romana e romanista. A Madrid.