Sedici minuti. Per passare dal paradiso all'inferno. Dal gol del possibile vantaggio, all'errore che ha condannato la alla prima sconfitta in campionato quando mancava una manciata di secondi al fischio finale. Sedici minuti in cui Steven Nzonzi si è illuso di aver lasciato il primo segno da romanista, quel gol di esterno destro che a velocità normale era sembrato buono, arbitro compreso. Meno ai giocatori del Milan in campo, tutti con le mani alzate, e ai signori che stanno davanti al Var. Che una volta rivista l'azione, hanno invitato l'arbitro Guida ad andare a rivederselo. Detto, fatto e giustamente annullato per fallo di mano magari involontario ma che di fatto ha garantito un vantaggio decisivo al francese per mettere in porta quel pallone che lo ha e ci ha illuso di poter tornare da Milano con tre punti e una vittoria che avrebbe consentito due settimane di quiete.

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Errore fatale

E invece, come puntualmente avviene nella storia della Roma, lo stesso protagonista dal gol vittoria è passato all'errore fatale che ha deciso la partita. I cinque minuti di recupero si stavano esaurendo, il pallone è schizzato tra i piedi del lungagnone francese ai limiti dell'area giallorossa, ha guardato da una parte, non c'era lo scarico, si è girato, ha guardato dall'altra e ha visto che c'era El Shaarawy. Solo che il Faraone invece di andare incontro al pallone stava scattando in profondità. Uno sguardo al pallone, interno sinistro per servirlo. Solo che a quel punto sulla traiettoria del pallone rasoterra si era materializzato Calabria. Pallone a Higuain che ha fatto Higuain con uno splendido pallone in verticale per Cutrone che ha castigato la Roma, Nzonzi, i tifosi, quattro punti in tre partite, cinque gol subiti, una vittoria al novantesimo a Torino, lo scempio del primo tempo contro l'Atalanta, l'idea di una squadra senza anima e che sta facendo una maledetta fatica a ritrovarsi. Certo, tutto questo non può avere in Nzonzi il solo capro espiatorio. Peraltro il francese arrivato dal Siviglia al tramonto del mercato (in entrata), a quel punto della sfida probabilmente non doveva stare più in campo. Per il semplice fatto che il suo errore è stato soprattutto di mancanza di lucidità, commesso da un giocatore che non ne aveva più e che in quel momento doveva essere in panchina perché sostituito.

Confusione Eusebio

Di Francesco potrebbe dirci, con qualche legittima ragione, che il cambio chiesto da Karsdorp gli ha scombinato i piani, costringendolo alla terza sostituzione quando in testa ne aveva magari un'altra. Ci può stare, ma non ci sta più nel momento in cui ha fatto entrare Cristante al posto di Pastore. Perché non al posto del francese che già si stava trascinando in campo? Del resto lo stesso allenatore lo sapeva. Nel corso della conferenza stampa della vigilia, aveva detto chiaramente che il campione del mondo non aveva i novanta minuti nelle gambe, ma che comunque avrebbe fatto parte della formazione iniziale, facendo però capire che lo avrebbe sostituito quando non ne aveva più. Nzonzi è tornato dalle vacanze mondiali l'otto agosto scorso, qualche giorno a Siviglia più a parlare con la dirigenza per chiedere la cessione che ad allenarsi. È sbarcato a Roma il giorno prima di Ferragosto. Per lui un mondo tutto nuovo e appena due settimane di allenamento prima di ritrovarsi titolare  a San Siro. Aveva già giocato i secondi 45' con l'Atalanta, facendo vedere che  insieme a De Rossi può giocarci. Non per 90', almeno per ora. La sfida di San Siro lo ha detto chiaramente. E il primo a saperlo è sembrato proprio il francese che è uscito dal campo a testa bassa, consapevole di averla combinata grossa. Anche se il problema non può ridursi soltanto al centrocampista arrivato dal Siviglia. È la Roma che non va, come testa, anima, squadra, gruppo. Speriamo che la sosta porti consiglio. Altrimenti saranno guai. Nzonzi o non Nzonzi.