Se c'è stato un punto di riferimento coerente nella partita contro l'Atalanta nella Roma è stato De Rossi. Lui, forse perché sente più degli altri la Curva, forse perché è il più grande, o perché è il capitano, o forse per tutte queste cose insieme, non si è mai smarrito. Neanche quando la sbarazzina squadra di Gasperini ha preso a pallonate la squadra che è arrivata fra le prime quattro d'Europa nella scorsa stagione. Che mai aveva subito tanti tiri in un primo tempo come lunedì sera. Manco fosse l'Atletico Madrid di circa un anno fa, che venne all'Olimpico e mise vistosamente in difficoltà, quasi alle corde, la Roma di Eusebio Di Francesco. Sedici tiri subiti in 45', una cosa mai vista, almeno negli ultimi quattordici anni. Allora quand'è così (e anche quando non è così, comunque) ti serve una diga innanzitutto. E la testa. Insomma, il cuore, cioè l'anima. De Rossi è stato tutto questo, nella prima di campionato all'Olimpico. Quando la squadra (anche lui) è andata in difficoltà contro il dinamismo e il flipper a due tocchi degli atalantini, non ha perso la brocca. Si è sbracciato, prodigato, ha predicato calma e gesso.

A un certo punto, anzi, due, si è sostituito a Olsen "parando" i tentativi dei nerazzurri che erano due gol fatti. Un 1-5 sarebbe stato troppo, per quel primo tempo orribile che ha fatto avvelenare tutti, primo Di Francesco. Che forse si è avvelenato un po' anche con se stesso per aver concesso ai due giovani centrocampisti dal futuro certo, Cristante e Pellegrini, la chance - tradita - di entrare dalla porta principale nel cuore del gioco. Con De Rossi a vegliare su di loro, d'accordo. E nel giorno in cui è volato via il loro principale concorrente per una maglia da titolare per adesso e per tanti anni, volendo, Kevin Strootman da Ridderkerk (Olanda), cinque anni nella Roma e leader rispettato dello spogliatoio di Trigoria. Daniele ha lavorato anche per loro due, lunedì sera, non soltanto quando ha dovuto tappare buchi, ma gli avrà dato una pacca sulle spalle alla fine del primo tempo, quando il tecnico romanista avrà sbraitato, certamente non solo contro di loro, ma almeno contro «otto giocatori». Una pacca sulle spalle, sì, e una mano per rimboccarsi le maniche, già da ieri, quando gli uomini di Di Francesco si sono ritrovati tutti insieme a Trigoria. Perché Bryan e Lorenzo non sono quelli che abbiamo visto contro la Dea. E questo dev'essere sottolineato in giallorosso.

Di Francesco per giocare davvero al gioco delle coppie ha bisogno di qualcosa in più. Specie ora che la carta d'identità di De Rossi finirà per ingiallire. E il biondo di Ostia non può essere costretto agli straordinari, perché alla Roma serve sano e  lucido, come lunedì, quando ha compensato - è una sua specialità da sempre - il passo con l'intelligenza e la posizione. Anche nei minuti finali della gara con l'Atalanta. Quando potevi vincerla e potevi perderla. Quando serviva l'ordine, misto all'eleganza. Per questo nella ripresa l'ha aiutato Nzonzi, quello che nei campetti è la sua parentesi ma che rimanendo lì accanto a lui gli ha consentito di rifiatare e poter gestire meglio ogni pallone in fase di possesso e in fase di non possesso. E poi ha portato i compagni almeno a trequarti campo per applaudire i suoi sostenitori, fantastici ancora una volta. De Rossi, ultima bandiera anche per l'Uefa, che quella fascia ufficiale della Lega con la scritta "capitano" in blu, proprio non sembra digerirla. Non fosse altro perché quel colore a Roma, accanto al bianco, non ci azzecca niente.