Un'ora sola non ti vorrei. Non basta. Non può bastare. Non basterebbe nemmeno un'ora e 29'. Banalmente perché le partite durano 90 minuti. Più profondamente, perché la maglia della Roma impone di starci con tutti i sentimenti. Poi si può anche perdere. Ma sbracare, no. Restando ancorati al mero utilitarismo, in un campionato che si giocherà mai come quest'anno punto a punto per ogni posizione, la sconfitte contro avversari diretti pesano. E non per il risibile refrain in voga da qualche tempo: la Roma di Fonseca non ha vinto (ancora) contro le big in questa stagione, vero. Ma è falso asserire che il marchio appartiene alla gestione del portoghese, che ha invece bilancio pari con Juve, Milan, Inter, nel derby e fino al Maradona-day anche col Napoli. E le stesse concorrenti non vantano esattamente un ruolino di marcia immacolato fra loro. Per conferme, controllare i risultati nei big match del tanto osannato Gattuso, che non a caso ci guarda dal basso.

Certo, ogni discorso a tinte giallorosse cade di fronte alla bestia nera Atalanta, diventata un vero e proprio tabù da queste parti e non soltanto nella gestione fonsechiana. Quella prima ora gagliarda a Bergamo ha illuso che fosse finalmente arrivata l'ora di sfatarlo. Ma i guerrieri hanno dismesso le armature e lasciato posto alle rispettive versioni fanciullesche - tanto per seguire il lessico pauliano - fino a far diventare il punteggio imbarazzante. Ci sono casi in cui le dimensioni contano. E tanti gol al passivo diventano difficilmente colmabili al ritorno. Allora c'è soltanto un modo per uscirne e per fortuna il calendario lo fornisce subito: conquistare i tre punti contro il Cagliari. Senza se e senza ma. Ne avrebbe diversi cui fare ricorso questa squadra nelle partite che non hanno rispecchiato le aspettative, eppure non ci si è mai appellata. A partire dal suo allenatore. Ragione in più per averne rispetto e pensare che quella mezzora sciagurata di Bergamo sia stata davvero un incidente di percorso. Un blackout. A patto che si ritengano esauriti i bonus, perché troppe volte in passato le cadute rovinose hanno sporcato quanto di buono fatto in precedenza. Essere riconosciuta nelle frequenti volte in cui fa bene, a prescindere dai luoghi comuni, è un diritto della Roma. Ma soprattutto un dovere.