Un genio del calcio. Il più grande di tutti. La ricchezza della povertà mai tradita. Il popolo che diventa Re. L'opposizione al sistema marcio e corrotto. Questo è stato per me Diego Armando Maradona. È stato un colpo al cuore, ieri a metà pomeriggio, prendere coscienza che, come ha scritto qualcuno, Dio si è ripreso la sua mano. Solo Alì come Diego. Nell'immaginario popolare, nell'essere un'icona in ogni angolo del nostro pianeta, nel continuare a essere come me, te, voi, tutti, ma soprattutto con i più emarginati, i più poveri, i dimenticati, la sua gente che non ha mai tradito neppure quando aveva il mondo in mano, e vi assicuro che ce l'aveva sul serio il mondo in mano.

Da innamorato del calcio non potevo non amarlo, ma, credetemi, magari qualcuno non sarà d'accordo ma rispondo come avrebbe fatto lui, chissenefrega, ho amato ancora di più Diego fuori da un campo di calcio dove nessuno come lui sapeva disegnare poesia. Capace, pur non avendone mai un vantaggio, di essere sempre e comunque Don Chisciotte. Ho amato anche i suoi eccessi: donne, droga, alcool, gli allenamenti saltati, le fucilate ai giornalisti. Li ho amati perché, al contrario di molti, lui ci ha sempre messo la faccia, pagandone ogni volta il prezzo, non nascondendosi mai dietro un dito e di sicuro avrebbe potuto farlo. L'ho amato perché in un mondo yankee si è schierato con Fidel Castro e il Sudamerica, il Che tatuato su un braccio, Fidel su una gamba, hasta siempre Diego. In un docufilm girato da Kusturica sul Diez, gli ho sentito dire questa frase: «Ho pippato cocaina, pensa il calcio che giocatore si è perso». Verità sacrosanta, ma è stato già sufficiente così. Chiunque, al suo posto, si sarebbe messo il vestito della domenica schierandosi con il potere. Non lo ha mai fatto. Rimanendo sempre se stesso, il ragazzo del sobborgo di Buenos Aires che prendeva a calci, in maniera celestiale, un pallone. Ha sbagliato, molto, ma non è mai sceso a compromessi con la sua anima popolare, pur essendo diventato il Re e noi con lui.

Voglio raccontarvi un episodio per spiegare chi è stato Diego Armando Maradona. Un episodio vissuto in prima persona, grazie al meraviglioso mestiere che ormai faccio da qualche decennio. All'epoca lavoravo a Il Tempo e, in quegli anni, anche un giornale non sportivo seguiva con un inviato tutte le squadre italiane impegnate nelle coppe. In quella stagione, '90-'91, fui assegnato a seguire il Napoli. La Roma mi mancava, ma mi consolai con il fatto che riuscii a conoscere più da vicino il Re. Era il Napoli che il Re aveva portato a rivincere lo scudetto. In Europa giocava in Coppa dei Campioni che, all'epoca, era riservata solo alle vincitrici dei rispettivi campionati, del business della Champions neppure se ne parlava.

Il Napoli doveva andare a giocare a Mosca, contro lo Spartak. A quei tempi per le partite di coppa si partiva almeno due giorni prima e i giornalisti volavano con la squadra. L'appuntamento, stampa compresa, era all'aeroporto di Capodichino. In precedenza c'era stato già un incontro con la squadra, ma all'ultimo allenamento non c'era stata traccia di Maradona. Insieme a un amico come Marco Cherubini, all'epoca a Il Giornale, oggi a Mediaset, ci eravamo portati avanti con il lavoro scrivendo i pezzi che ci erano stati commissionati dai rispettivi giornali. Non immaginando il ciclone che da lì a poco ci avrebbe travolti.

All'aeroporto arriva il pullman del Napoli. Scendono tutti, Diego non c'è. Nasce il sospetto. Subito zittito dall'allora direttore sportivo del club, Luciano Moggi (sì, quello): «Tranquilli, non c'è problema, Maradona ora arriva». Ma quando mai. Avverto il giornale, «buttate tutto», come vedo partire dall'aeroporto una macchina con tre giocatori del Napoli: Ferrara, De Napoli e Crippa. Stavano andando a casa Maradona per convincerlo a partire. Diego, sapemmo dopo, non gli aprì neppure la porta, alle prese con i demoni della polverina bianca. I tre tornano a mani vuote. Si decolla senza Maradona e con Moggi che prova a mettere in piedi scenari inascoltabili.

Riscrivo i pezzi sull'aereo. Si atterra a Mosca. Trasferimento in albergo con la speranza di poter inviare senza troppi problemi dall'hotel che ci avrebbe ospitato. Ma quando mai. Appena prendo possesso della camera, telefonata. Maradona ha affittato un volo privato e sta arrivando a Mosca. Ributto i pezzi. Avanti un altro. Nuovi pezzi e l'intenzione comunque di andare ad aspettare Maradona nell'albergo dove era il Napoli. Era l'hotel Savoy, posizionato proprio davanti alla piazza Rossa. Io e Marco (Cherubini) arriviamo a notte già iniziata, nessuna traccia di Diego. Notiamo che la piazza Rossa è tutta transennata. Ci avviciniamo. Una guardia rossa intima di allontanarci. Scopriamo che è tutto chiuso perché il giorno dopo ci sarebbe stata quella che sarebbe stata l'ultima parata nell'anniversario della rivoluzione d'ottobre.

Torniamo al Savoy. Maradona si materializza ben oltre la mezzanotte. Addosso una pelliccia di lupo, in compagnia di preparatore atletico e procuratore. Ci saluta e ci sorride. Entra. Pochi istanti e lo sentiamo urlare. Non ha gradito quello che ha trovato da mangiare: caviale, troppo snob per lui. Riesce dall'albergo imbufalito, ma ci risaluta e ci risorride. Si avvia verso la piazza Rossa. La guardia alla transenna lo riconosce. Si mette sull'attenti, fa il saluto e gli apre la transenna. E lui con la sua pelliccia di lupo scompare nella notte imbiancata, Re anche a Mosca. Questo è stato Maradona, un padrone del mondo e noi un po' con lui. Anche per questo oggi lo piange l'Argentina, lo piange Napoli, lo piange il mondo. Il Re è morto, viva il Re.
Grazie, Diego.