La sintesi non sempre aiuta. A volte è sinonimo di deviazione dalla via maestra più che di semplificazione. Così l'inchiesta "Rinascimento" è diventata per il mondo un'indagine sullo stadio della Roma. Anziché su Eurnova, la società che fa capo a Luca Parnasi. Come invece è. Non soltanto per mere questioni di forma, quanto di sostanza. E allora vale la pena correre il rischio del pleonasmo e riaffermarlo: le vicende giudiziarie riguardano Eurnova. La Roma non c'entra nulla, come ha affermato lo stesso procuratore Ielo in conferenza poche ore dopo l'esplosione del caso.

È un concetto che dovrebbe risultare pacifico; invece in tanti, troppi, hanno finto di non coglierlo. Facendo riemergere a galla tutta l'avversione sopita (ma mai realmente cancellata) verso la realizzazione del nuovo impianto. Politici, componenti a vario titolo dello star system, speaker radiofonici, comitati, associazioni e rappresentanti a stento del proprio pianerottolo: gli stessi che negli anni si sono sentiti in diritto di esprimere dissenso, hanno mostrato un malcelato compiacimento fin dalle ore immediatamente successive alla diffusione dello scandalo. Infilando di nuovo nel calderone tutti quegli ingredienti - maleodoranti di malafede - con inerenza prossima allo zero, scartati dall'evidenza dei fatti. I giorni degli sciacalli.

Il già infinito iter burocratico è stato disturbato a più riprese da bizzarri vincoli su tribune cadenti, vittime dell'incuria e dimenticate fino alla decisione sul nuovo utilizzo dell'area; da grottesche richieste di salvaguardia di una fauna locale fondata su ratti e rifiuti, anche tossici; da allarmi per presunte esondazioni del Tevere, nell'unica zona mai a rischio; e così via, in un susseguirsi di tentativi cialtroneschi di opposizione. (Tor di) Valle a capire certe cose. Ancora di più mentre la Roma si è messa a disposizione di tre giunte di diverso colore politico (oltre alla gestione commissariale di Tronca), modificando più volte il progetto iniziale a seconda delle richieste delle istituzioni locali. E sborsando una cifra vicina ai settanta milioni. Ovvero facendo sempre suo l'interesse pubblico e chiedendo in nessun caso il contrario.

Nonostante il concetto stesso di stadio equivalga all'apogeo del popolare, del "pubblico" comunemente inteso, di un'esigenza mai così attuale di socialità.

E allora facciano, fate, famo, ‘sto stadio. Famolo presto. Perché ne ha bisogno la Roma, ma anche Roma. Perché non si può buttare l'occasione irripetibile di investimenti, creazione di posti di lavoro, crescita del Pil, soprattutto in questa fase storica. Perché sei anni di iter amministrativi risultati limpidi alla luce delle indagini, non possono essere inficiati da un procedimento giudiziario che non riguarda l'impianto. Perché è semplicemente assurdo che quattro milioni di cittadini non abbiano diritto a uno stadio di calcio, quando Londra ne vanta sedici, Madrid, Berlino e Lisbona sei ciascuna, Parigi cinque. Perché altrove anche in Italia è stata accolta come un'opportunità. Una ricchezza. La stessa che accompagnerebbe la Roma in un futuro che non può più attendere.