C'è distonia fra noi. Fra chi continua a dipingere, con enfasi padanocentrica, una Milano da bere che non esiste più da tempo; e chi considerava prevedibile, quando non previsto, il diniego della Uefa al settlement agreement proposto dal Milan made in China. Non può che esserci distonia. Non tanto e non solo perché da lassù hanno provato a raccontare una storia, quella del nuovo corso rossonero, diametralmente opposta alla realtà. Degli affari del Milan ci interessa il giusto. Quanto perché proprio mentre la rinascita meneghina veniva spacciata come ineludibile (e perfino auspicabile dai vertici calcistici sotto l'egida del lumbard Tavecchio), il crollo della Roma era dato per certo. Scontato. Ovvio. Quello tecnico come quello societario. In una singolare visione geopolitica ultra conservatrice del nostro calcio, che vuole l'asse spostato sempre un po' più a Nord della Linea Gotica. Che digerisce poco e male qualsiasi cambiamento. E per rispondere a questa logica manichea dipinge sempre oro da un lato e tinte fosche dall'altro. Spesso molto più fosche di quanto non siano nei fatti.

È singolare che proprio ieri mattina, qualche ora prima che scoppiasse la grana fra Uefa e Milan, alcuni sedicenti esperti finanziari gettassero ombre catastrofiste sul prospetto informativo dell'aumento di capitale del club giallorosso. Come se indicare le uscite di sicurezza ai passeggeri di un volo implicasse automaticamente il disastro imminente. Eppure per una giornata non si è parlato d'altro. A stagione appena conclusa. Un'annata - è bene ricordarlo - che ha lanciato la Roma nell'élite del calcio europeo, oltre a consegnarle un ricco sponsor e garanzie di ricavi ben oltre i duecento milioni. Con la prospettiva del nuovo stadio sempre più vicina. È servita la notizia, questa sì reale, della mancata commozione a Nyon di fronte alle promesse rossonere. Le lacrime saranno state versate altrove. «Milano quando piange, piange davvero».

Sarà forse scappato a Boston qualche sorriso beffardo, a chi era stato impunemente spernacchiato durante la scorsa estate, quando aveva anticipato ogni singolo passaggio della vicenda. Esattamente come si è poi verificato. Mentre tutti magnificavano il mercato targato Milano. Ma il giro del mondo finisce qui e fortunatamente non tutti ne fanno una questione geografica. Meno che mai politica. Per molti - non per tutti forse, ma per noi sicuramente sì - il pallone è emozione, sentimento, tifo. Nella passione risiede il senso stesso di questo gigantesco circo. Al netto di tutti i milioni e gli ovvi quanto legittimi interessi di chi investe. Perciò la Roma che ci ha fatto gonfiare il petto d'orgoglio, piangere di gioia e fatto riprovare brividi smarriti, merita rispetto. Da qualsiasi latitudine. Ancora di più perché solida, da qualsiasi punto di vista la si guardi, anche estraniandosi da coinvolgimenti di cuore. È un club che ha scalato i vertici del panorama nazionale e internazionale, a piccoli passi, anno dopo anno. Ma c'è ancora chi non vuole starci.