Giusto un gioco. Il senso del calcio: sfida,  goliardia, appartenenza, con tanto di simboli e ritualità. Un gioco. Sia chiaro (e tondo). E un elenco. Fra l'altro - necessariamente - incompleto: essendo la squadra più seguita d'Italia si porta dietro per forza tante antipatie difficili da catalogare. Va da sé. È così. Tant'è. A ognuno il suo e il suo elenco. Ci sta. Questo è quello dei simboli dell'antijuventinità. Senza romanisti, perché altrimenti il profilo di Dino Viola si sarebbe stagliato su tutti, e il cane lupo di Brio, Francesco Totti quattro zitti e a casa per sempre, Ferraris IV il primo a dire di No a una Signora che era già Vecchia nel '27. È il Resto del Mondo condiviso vs la Juventus. Simboli condivisi dalla collettività che proprio non riesce a vedere il mondo in bianco e nero. Perché domani c'è Juventus-Roma. Perché anche dopo domani ci sarà sempre uno Juventus-Roma. Ed è con l'esempio di simili eroi che va giocato.

 WOLFANG FELIX MAGATH

Wolfang Felix Magath è l'uomo che nel 1983 ha fatto credere agli uomini di buona volontà che il paradiso sia su questa terra. Magari vicino ad Atene, dove si giocava la finale di Coppa dei Campioni. La Roma aveva appena vinto lo scudetto più bello di sempre, dopo 41 anni. A Roma si respirava un profumo che al solo ricordo puoi (commuovendoti) sentirlo ancora. Con quest'animo di grazia leggero Roma il 25 maggio si apprestò a vedere Amburgo-Juventus. Erano quasi tutti juventini. Avevano tutti le magliette "Io c'ero". "Io no, ma è stato indimenticabile" scrisse qualcuno dopo. Al 9' un sinistro, così, tanto per, di Wolfang Felix Magath. Meglio di Mozart. 1-0. Una delegazione del Commando Ultrà andò in Germania a ringraziare l'eroe di una sera, di una stagione, di un'epoca da sogno. Nessuna gufata è stata così vicina all'amore.

DOSSENA-BONESSO-TORRISI

Dopo la sconfitta con la Juve in casa all'Olimpico la Roma tremò. Si diceva – dicevano – "non può diventare campione una squadra che prende due gol in sette minuti". E una squadra che ne prende 3 in 3' e 40"? Successe il 27 marzo dell'83, la Roma era a Firenze in vantaggio 2-1, a Torino c'era il derby, la Juve vinceva 2-0 fino a 20' dalla fine. Poi impazzirono le radioline. Chi stava a Firenze impazzì. Impazzì pure Carlo Ancelotti che fece l'autorete del 2-2 ma chissenefrega. Quel pomeriggio la Roma capì che sarebbe diventata campione. C'era Ameri che interrompeva in continuazione e al Franchi la gente non ci credeva, e nemmeno quella davanti a Teleroma 56. Sono stai i 3' e 40 più punk della storia del calcio. Un'orgia. Se c'è qualcosa che s'è avvicinato alla magia sono stati quegli istanti. Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio. Ne hai tre a disposizione: Dossena-Bonesso-Torrisi.

 MATTEO SERAFINI

È un capitolo a parte, questo. È un cameo. Fa parte dell'antistoria, quegli angoli di storie dimenticate dalle storie ufficiali. Eppure su Matteo Serafini – un Angelo dell'antijuventinità – si potrebbe fare un libro. Il mio giorno di gloria. Una notte da re. Titoli dozzinali andrebbero anche bene a un centrocampista cresciuto nella Cremonese per capitare in un anno, in un giorno, in una partita: Brescia-Juventus. Campionato di Serie B, 2006/2007. Sì. In serie B. C'è ancora un so che di romantico che scuote l'animo pensando alla Juve in B. C'è stata e ci ha perso contro lo Spezia, pareggiato col Rimini, con l'Albinoleffe, è stata travolta proprio dal Brescia: 3-1. Tre gol di Matteo Serafini. Uno meglio di un altro. Un pallonetto da centrocampo, una rovesciata, un tiro di contro balzo dal limite. Il mistero della trinità fatto pallone. Dicono che adesso stia giocando nell'Unione Sportiva Ciserano: non si capisce come non trovi posto nel Barcellona di Messi (al posto di Messi). Matteo Serafini è nato il 21 aprile del 1978 nel giorno del Natale di Roma. C'è solo da andare a comprargli un regalo. Tanti auguri Matthew.

RICCARDO MASPERO

Dovrebbero dargli un Nobel alla Giustizia, se mai esiste. Non tanto perché è stato lui a segnare il clamoroso 3-3 di un Toro-Juve che stava sullo 0-3, ma perché al momento del rigore (c'è sempre un rigore della Juve nella storia di ognuno, il rigore per la Juve è una gabella, è la tassa necessaria del governo tecnico, l'ora d'aria, l'ultima azione di un potere messo in moto dai tempi dello juventinissimo Camillo Benso Conte di Cavour) al momento del rigore lui fece così: senza farsi vedere da loro (gli juventini sono sempre loro) scavò una buchetta sul dischetto, la luna nel pozzo, dove Marcelo Matador De che Salas (pure ex laziale!) posizionò il pallone e tirò. Calcio alle stelle. E noi uscimmo a rivederle insieme al poeta. Riccardo Alighieri Maspero.

FRANCO ZEFFIRELLI

A parte un "Romeo e Giulietta" – con uno strepitoso Mercuzio interpretato da uno straordinario John McEnery – non è che la fama di Maestro sia così meritata, se non fosse che la sua vita tutta viola si è sempre colorata di forti tinte anti-bianconere. Faceva parte del Cda della Fiorentina ma si dimise dopo queste dichiarazioni: "Non capisco tutto questo baillame contro i nostri tifosi. Cosa hanno fatto di male? In fondo preferisco che trattino male gli juventini, piuttosto che si droghino". Sicuramente esagerato. Una volta venne invitato in trasmissione da Mike Bongiorno in segno di distensione fra Juventus e Fiorentina. Il Maestro agì di conseguenza e si soffiò il naso con la bandiera bianconera. E non aveva il raffreddore.

PAOLINO PULICI

Questa è per i cultori del calcio moderno, per i teoreti del fairplay, del terzo tempo (che si va a canestro?) e tutte queste simil ipocrisia figlie di un tempo violento spoglio e triste come questo. Paolino Pulici attaccante per definizione (altro che classifiche dei gazzettari) oltre a segnare una tripletta in un derby e in totale nove gol alla Juve, faceva una cosa semplice semplice prima di entrare in campo contro "loro": si puliva i tacchetti sulla bandiera della Juve. Neanche lui aveva il raffreddore. Chiamatela pulizia del calcio.

GIGI RIVA

Al suo confronto sbiadiscono tutti. Tutti quelli de: "è una scelta di vita"; "a un certo punto devi cambiare"; "cercate di capire, non si poteva dire di no"; "è solo lavoro, il cuore è un'altra cosa"... Non è nemmeno c'è chi dice no, Gigi Riva è chi ha detto no. E il suo No alla Juventus diventa un'eco di un popolo insieme papalino e monarchico, laico e clericale ma che ribadisce ogni volta il suo "non dobbiamo, non vogliamo, non possiamo" essere della Juventus. Nato a Legnano, cresciuto nuotando in un lago, ritrovatosi a Cagliari, ha sposato per sempre una terra, un popolo, quello sardo e quello rossoblù e ha veramente detto no ai soldi, al potere, ai media, alle conquiste della Juventus. Optando per gli Indiani. Per De André. Per la periferia. Per l'Isola. Per i vinti che con lui hanno vinto. Rombo di Tuono che non smette.

OSVALDO BAGNOLI

Osvaldo Bagnoli è stato un grande allenatore visto che è stato capace di vincere il tricolore con il Verona e di portare il Genoa al quarto posto, là dove il Grifone non era più volato. Il Verona lo aveva portato lui in serie A, il Genoa lo porterà in semifinale di Coppa Uefa andando a vincere ad Anfield 2-1. Gli Stramaccioni e i Mourinho d'oggi non raggiungeranno mai risultati simili. Osvaldo Bagnoli è stato un grande uomo, di quelli del calcio di una volta, cioè di quelli della volta che contava: dopo l'esonero all'Inter, era solo nel '94, ha deciso di ritirarsi. Non era più il suo calcio. A 59 anni, quando oggi Osvaldo Bagnoli potrebbe insegnare a tre quarti degli allenatori di serie A cos'è una partita di calcio. E' innanzitutto una sfida leale alla vita, fatta di lavoro e di sudore, piena di valore. Per questo quando il suo Verona venne ignobilmente eliminato dalla Juventus in una partita dai rigori inventati a porte chiuse ruppe un vetro nello spogliatoio. Vennero a chiederne conto i carabinieri, lui rispose: "Se cercate i ladri sono nell'altro spogliatoio". Una volta, dopo aver perso col Verona all'Olimpico, si mise a guardare la Curva Sud, la domenica dopo ci sarebbe stato uno Juventus-Verona, la Sud gli cantò: "Vinci a Torino". Non vinse, ma scelse sempre lo spogliatoio giusto.

STEVE ARCHIBALD

Era l'anno dei Mondiali quelli dell'86 e altro che Paolo Rossi, ma Steve Archibald era sicuramente un ragazzo come noi. Steve Archibald, scozzese di Glasgow, grande e biondissimo attaccante di una formidabile squadra qual è stato il Tottenham all'inizio degli Anni 80 (due Coppe di Inghilterra e una Coppa Uefa quando la Coppa Uefa era la coppa più bella e difficile di tutte) passò poi al Barcellona ed è lì che è entrato nei nostri cuori. Lui segnò il gol nella gara di ritorno a Torino che eliminò la Juventus dalla Coppa dei Campioni (e Pacione altro mito totale sbagliò tre gol a un metro dalla porta, grazie anche a te Marco). Era l'anno della mitica e piena rincorsa della Roma finita all'inferno col Lecce, quell'eliminazione a Roma fu veramente vissuta con gioia pura e bambina. Santa. Archibald è anche un modo per dire Rep, Mijatovic, Ricken eccetera eccetera tutti quelle persone di buona volontà che hanno impedito alla Juventus di vincere. Sul più bello, nella maniera più atroce. L'anno dopo la Juve venne eliminata dal Real Madrid. La Sud in un Roma-Udinese salutò Steve così: "Prima Archibald poi Butragueno, Juve m…. è finito il tuo regno". Ragazzi come noi (e come Cristiano Ronaldo, Ricken, Mijatovic, Rep, Ricken, Shevchenko, Neymar).

RENATO CURI

Un tocco di lievità, di verità e di serietà. Renato Curi morto a 24 anni per un arresto cardiaco su un campo di calcio durante un Perugia-Juventus è stato anche un giocatore che ha deciso un campionato, quello del 1975-76. Era il 16 maggio 1976 a Perugia si giocava proprio Perugia-Juventus. Finirà 1-0 con il gol di Renato Curi. Nella storia le radiocronache di "Tutto il calcio minuto per minuto": «Il Perugia è passato in vantaggio, rete di Curi su cross da destra di Novellino niente da fare per Zoff…». A quel punto l'intervento di Enrico Ameri: «Scusa Ciotti questo è l'urlo del Comunale di Torino che ha appreso in questo momento la notizia che tu hai dato, ecco l'urlo del Comunale di Torino, sventolio di bandiere del Torino, la linea a Dalla Noce». No, fine.