Non dev'essere stato facile per Daniele De Rossi uscire mercoledì, nella partita più importante della sua carriera in giallorosso. Forse della sua carriera intera, tolta quella notte di Berlino in cui iniziò in panchina e finì calciando il terzo rigore, il primo dopo l'errore di Trezeguet, anzi urlando «e mo' buttace i guanti» al portiere francese Barthez dopo averlo bucato. C'erano 69.000 spettatori quel giorno, 61.889 mercoledì col Liverpool, presunta rivincita di una finale che solo sugli spalti potevano ricordare: dei giocatori messi in lista da Roma e Liverpool, DDR era l'unico già nato quel tristissimo 30 maggio 1984. Quell'anno fu uno dei pochissimi che visse lontano da Ostia e Roma, perché papà Alberto giocava a Livorno, in Lega Pro: a Roma e Ostia ha vissuto il resto della vita, quella finale di quando aveva appena 10 mesi è nel suo imprinting. Nei suoi 17 anni da giocatore della prima squadra De Rossi ha visto stadi pieni di gente e d'amore, allenatori competenti e squadre competitive: la combinazione di mercoledì però deve aver fatto scattare qualcosa di nuovo, e inedito.

Forse perché, dal 28 maggio 2017, è caduto il prefisso vice, davanti alla sua qualifica: da «Capitan Futuro» a Capitan qui e ora. E mai come mercoledì, il capitano ha suonato la carica: «Il prossimo anno dobbiamo rifare la Champions e provare a vincerla perché non siamo tanto più scarsi degli altri. Anzi....». Alzi la mano chi ricorda un De Rossi così. Lui che spesso nelle interviste - oltre a ribadire un'appartenenza alla tifoseria che nessuno può mettere in dubbio - aveva ricoperto lo scomodo ruolo del pompiere: promettere coppe è da sempre il modo più scontato e facile per uscire da un'intervista, ma a lui le vie d'uscita facili non sono mai piaciute. Avrà 35 anni quando giocherà la prossima partita di Champions Daniele De Rossi, sempre che la squadra non si vada a suicidare buttando una qualificazione che ha in mano. Trentacinque anni e un solo anno di contratto, una sola Champions da giocare, se non arriverà il rinnovo. Prestissimo per dire se la carriera da calciatore romanista di De Rossi finirà il 30 giugno 2019, a 24 giorni dalle 36 candeline: ha sempre detto di volere un'esperienza all'estero, di essere interessato dal campionato statunitense e infatuato della maglia gialloblù del Boca Juniors, facile immaginare che il Los Angeles Galaxy che ha strapagato il 36enne Ibrahimovic gli farebbe ponti d'oro. Ma nessuno si stupirebbe se in America ci tornasse con le scarpe da ginnastica del turista invece che con quelle coi tacchetti.

Il De Rossi crepuscolare che ha amaramente chiuso il capitolo azzurro non vuole più perdere tempo: a differenza di Totti lo scudetto 2000-01 lo ha festeggiato più da tifoso che da calciatore (anche se Capello lo portò a Firenze, con la maglia numero 26), le due Coppe Italia e la Supercoppa del 2007 sono un ben magro bottino per uno che si è appena preso il record di presenze in Champions del club. Nell'anno in cui non è più una bestemmia considerarlo in ballottaggio con Gonalons - che coi Reds si sussurrava potesse partire titolare, e invece ha preso il suo posto dopo 69' - Daniele sognava di sfidare il potere della Casa Blanca, che anni fa lo avrebbe strapagato. Sognava di vincere la Champions senza aver vinto lo scudetto. Roba alla Steven Gerrard, che ha sempre dichiarato di ammirare. Roma nel cuore, Liverpool sulla strada.