Faceva effetto vedere Di Francesco ieri sottoporsi all'estenuante programma di interviste televisive dopo la rituale conferenza stampa. Per regolamento a cui nessun tecnico può sottrarsi, bisogna rispondere alle domande di tutte le tv che detengono i diritti, dalla Spagna all'Inghilterra, dalla Grecia alla Germania.

L'allenatore della Roma non ha avuto neanche un cenno di nervosismo, di noia, di stanchezza, come se fosse contento di sentire ripetute all'infinito le stesse domande, mentre la squadra premeva per anticipare i tempi della cena («e a me non mi aspettano? Dai, non anticipate i tempi») e lui ogni volta ripartiva da capo a spiegare i segreti di questa Roma con lo stesso sorriso con cui un giorno rispose alla prima domanda da allenatore romanista a Trigoria.

Forse non ci sono segreti, forse è questo il segreto. Forse questo è semplicemente l'uomo giusto al momento giusto. «Ho lavorato con tanti allenatori, ma questo ha proprio qualcosa in più rispetto agli altri», la confidenza raccolta da chi scrive pochi giorni fa è di uno che con diversi livelli di responsabilità ha lavorato con molti tecnici. Eppure, assicurava, lui ha sempre un guizzo in più.

La partita col Barcellona resta un capolavoro assoluto nato in una notte insonne e portato poi il giorno dopo nel laboratorio di Trigoria. Sorprendere oltre forse non è possibile. Anche passare quest'ultimo turno e precipitare l'ambiente romano in una favola così stordente da risultare violenta non sarebbe più sorprendente di quel che accadde il 10 aprile all'Olimpico. Anzi, ormai in molti ci hanno fatto la bocca. E invece sarebbe buona norma volare bassi, avere la consapevolezza che il calcio a questi livelli è riservato a pochi eletti e convincersi che questa doppia sfida col Liverpool ha diversi aspetti temibili.

Klopp è forse nel suo momento migliore nella sua carriera da allenatore. Il suo capolavoro l'ha firmato nella doppia sfida col City dove peraltro ha avuto anche la fortuna di veder girare a proprio favore anche tutta una serie di episodi decisivi, che nulla tolgono ai meriti della sua squadra ma che qualcosa reclamano nell'equilibrio tra il dare e l'avere che nella storia della Roma è stato sempre sbilanciato dalla parte sbagliata.

Sono bravi, insomma, ma sono stati anche fortunati. La Roma invece tutto quello che ha ottenuto se l'è guadagnato. Con due soli episodi che razionalmente non si riescono a spiegare: la respinta di collo piede di Bruno Peres sul tiro di Facundo Ferreira a Charkiv con lo Shakhtar e il mancato tiro di Messi dopo aver vinto tre rimpalli in area all'ultimo secondo di Roma-Barcellona. Razionalmente non si spiegano. In altri modi, forse, sì.