E per fortuna che Eusebio Di Francesco veniva considerato un integralista del 433. Ieri per provare a battere la Lazio ne ha provati altri tre di sistemi di gioco e alla fine è rimasto insoddisfatto pressocché di tutti: perché nel 3421 iniziale non usciva pulita la prima impostazione e i tre attaccanti giocavano troppo vicini, perché con il 3412 si sono ritrovate le distanze tra i reparti, ma è mancata la spinta offensiva, e nel 4231 finale in superiorità numerica non c'è stata la giusta lucidità per concretizzare le palle-gol che hanno preso a fioccare all'improvviso (a dir la verità solo con Dzeko e lasciando pure qualcosa alle ripartenze della Lazio in dieci). Era inevitabile, dopo la sbornia di Champions, che in uno stadio non completamente amico e contro una squadra assai più spigolosa del Barcellona, la Roma faticasse a ritrovare la magia di martedì sera e si ritrovasse invece impastoiata nelle tonnare di centrocampo così tipiche del nostro calcio, dove tecnici anche poco celebrati organizzano la fase di non possesso con maggiori accorgimenti di quanti non ne conoscano Klopp e Guardiola. Ma questo pareggio vale due punti (perché in caso di arrivo in parità la Roma è avvantaggiata rispetto alla Lazio) e alla fine va bene così.

La sintesi migliore è forse proprio quella che propone l'allenatore della Roma, che almeno vede la strategia difensiva in chiave prettamente offensiva, con una linea altissima e un pressing continuo (ma è difficile farlo contro squadre che non partono sempre dal basso). È quello che chiama spesso il "suo" calcio. E invece poi succede che in una tribuna televisiva come quella di Sky, piuttosto che accompagnarlo e confortarlo nelle sue rivoluzionarie teorie, preferiscano schernirlo proprio per quella sua espressione: «Strano per uno che ha fatto calcio. Di solito i tecnici non parlano così. Il calcio non è suo, è di tutti». Parole di Mauro e Vialli, che poi ovviamente di fronte alle ben più offensive parole espresse da Buffon dopo l'eliminazione al Bernabeu hanno trovato mille giustificazioni. Questa è la nostra cultura. E' per questo che invece, a Roma, ci teniamo stretto Di Francesco e il «suo» calcio.