Circa un anno fa, o forse un po' prima, stando alle cronache, la Roma individuava in Ramon Rodriguez Verdejo, meglio conosciuto come Monchi, l'uomo che doveva assumere l'incarico di successore di Walter Sabatini, ma soprattutto di direttore sportivo per il futuro. In questo futuro non era più previsto il giocatore più importante della storia giallorossa, Francesco Totti, che il 28 maggio scorso smetteva di tirare calci al pallone. Tra pochi giorni saranno passati venticinque anni dalla sua prima volta con la maglia della Roma e tra meno di una settimana, invece, saranno passati nove mesi dalla scadenza naturale del suo contratto da calciatore. Sembra passato un secolo, anzi, sembra ieri. Venticinque anni. Una vita, un unico grande amore. Non che s'interrompeva, ma che si modificava, come diventare grandi e traslocare di qualche metro dalla casa di sempre. E perché non cambiasse casa, perché il suo viaggio nella Roma finisse proprio come nella favole, ci voleva qualcuno di cuore al suo fianco, un po' Virgilio e un po' Caronte, un uomo semplice e al tempo stesso carismatico, un altro come lui, di quelli in grado di smuovere e commuovere la folla, proprio come era accaduto un anno fa, appunto, a Siviglia nel giorno dell'addio di Ramon al club che da ds aveva reso grande.

Voltare pagina

«Ci vorrebbe un amico», avrà pensato il Dieci, in quei giorni, probabilmente senza immaginare che quell'amico di lì a poco sarebbe diventato un'icona del calcio internazionale come Monchi. Uno che sbarcava a Trigoria quasi come un marziano, rispettato da tutti per i risultati ottenuti, ma tutto da scoprire, come una ventata d'aria fresca d'estate, come un 30 giugno qualunque. Venticinque anni. Un'era. E poi nove mesi. Tanto ci vuole in natura per una nuova vita. Ancora è presto per dire se è stato "partorito" il dirigente Totti, ma certamente il suo percorso nella sua nuova dimensione prosegue. Lo stiamo vedendo provare a cimentarsi su più versanti, sta conoscendo il mondo che c'è oltre la linea bianca di gesso. Sorteggi, interviste - poche - istituzionali, qualche battuta (e telefonata) di mercato, come quando la Roma stava acquistando un potenziale crack di mercato come Patrik Schick. La giacca e la cravatta, nuovi strumenti del mestiere che Monchi gli sta insegnando a indossare, come due giorni fa a Madonna di Campiglio all'evento "Together AS Roma". Insieme, appunto. Lo smartphone al limite, ma non più gli scarpini e i parastinchi. Con calma, però, piano piano. L'esatto contrario di una sua giocata, di quelle più veloci della luce. Giusto così, risponde chiunque abbia fatto sport a un certo livello, perché per imparare ognuno ha i suoi tempi, specialmente chi sa di avere tanto da insegnare, da trasmettere. Prima di tutto che cos'è la Roma: è questo quello che Monchi ha già capito stando a stretto contatto con Francesco, il suo «insegnante», come scrisse su Twitter. Essere romanisti è qualcosa che non si può spiegare, ma si deve vivere. Guardandosi negli occhi, come quella volta che si sono conosciuti, un'immagine e un pensiero che tornare costantemente nella mente del direttore sportivo quando gli nomini il Capitano. Perché l'inizio fu difficile.

Come rompere il ghiaccio

La Roma aveva appena perso il derby di ritorno di campionato sotto gli occhi di Monchi, arrivato il 24 aprile prima di Pescara-Roma, e tre giorni dopo il nuovo dirigente sarebbe stato presentato alla stampa. Difficile era il momento per Totti, che aveva il cuore pieno di paura come un dodicenne in un campo assolato di periferia. Difficile, come annunciare al mondo che il Capitano avrebbe smesso di giocare. Rigorosamente dopo averci parlato, quella prima volta. Non che non si sapesse che quella scorsa fosse davvero l'ultima stagione di Francesco da giocatore (era scritto anche nel comunicato del rinnovo dell'anno prima), ma solo dopo le parole dell'ex portiere ed ex dirigente del Siviglia il mondo intero sembrò prenderne atto. E fu proprio la figura schietta Monchi a rendere quell'innaturale comunicazione "qualcosa di romanista". Con garbo, usò le parole giuste. Per tutti. «Lo voglio accanto a me, deve spiegarmi la Roma», disse.

Vicini di posto

Da allora in avanti un rapporto vero e sincero, quello che si è instaurato tra i due, che siedono sempre vicini in tribuna. «Vicino», un avverbio che suona come la chiave della relazione tra Totti e Monchi in ottica presente e futura, perché è accanto al campo che si immaginava Francesco dopo la sua carriera. E vicino sta: alla squadra, al tecnico, allo staff. Una presenza importante, come ha ricordato più volte il "collega spagnolo" da quando è arrivato. Un rapporto vero e sincero, al passo coi tempi, anche sui social network. Dove tra un tweet e l'altro entrambi non perdono occasione per scambiarsi messaggi di stima. Non ultimo il video che il San Fernando, squadra della città che ha dato i natali a Monchi, ha pubblicato ieri con Totti che sostiene la squadra spagnola. Un modo come un altro per dimostrare che è sempre «un piacere lavorare insieme» e provare con l'aiuto di Monchi a fare ancora grandi cose per la Roma.