Oggi vi proponiamo la seconda parte dell'intervista ad Alberto De Rossi realizzata da Piero TorriQui potete trovare la prima parte pubblicata ieri.

Si ritiene un allenatore fortunato?
«La mia fortuna è stata quella di allenare in tutte le categorie. La mia è stata una crescita graduale, giusta, mirata, naturale. Quando sono arrivato in Primavera non ho sentito tanto la differenza, del resto ripresi il gruppo dell'84, il gruppo da cui ero partito. Ho insegnato e dato molto ai ragazzi, ma anche loro hanno dato tanto a me».

Come si rapporta con la vittoria e la sconfitta?
«Ho vinto tanto, ma ho pure perso diverse finali. La delusione c'è, ma mi sono sempre detto che se arrivi in finale non hai fallito. Questo bisogna dirlo perché è vero che ho perso, ma è altrettanto vero che abbiamo fatto un percorso virtuoso per arrivare a quel punto».

Alberto De Rossi come vive il cambio di radici che vediamo nei settori giovanili? Ovvero, oggi ci sono quasi più stranieri che ragazzi italiani nei vivai.
«Non ne faccio una questione di quantità, ma di qualità. Perché se gli stranieri sono forti, fanno crescere anche la competitività dei nostri ragazzi. La Roma, comunque, l'anno scorso, nella finale di Supercoppa contro l'Inter, aveva in campo nove ragazzi romani più Tumminello siciliano ma cresciuto con noi, più Keba».

Com'è Tumminello?
«Fortissimo, ma per favore non diteglielo».

Ce la fa a farci una formazione con i migliori che ha cresciuto?
«Curci, Ferronetti, Romagnoli, Antei, Marchizza, Florenzi, Aquilani, Viviani, Pellegrini, Bertolacci, Politano, Caprari, Okaka, Cerci, Corvia, Ciciretti, Greco, Mazzitelli, Calabresi, Ricci, Rosi, Tumminello, Verde, Verre... No, sono troppi. Considerando pure quelli che si stanno formando adesso, penso a Soleri, Di Livio, Machin, Bordin, D'Urso, Luca Pellegrini che sta tornando da un infortunio. Ribadisco, sono troppi, non posso fare una formazione».

A proposito di Luca Pellegrini. Ha un procuratore importante come Raiola, un vantaggio o uno svantaggio?
«Diciamo che sono situazioni molto difficili».

I procuratori come hanno modificato il suo lavoro?
«Una volta ce ne erano molti meno. In ogni caso non hanno modificato il mio lavoro. Con loro io per scelta non ho mai avuto e mai avrò nessun tipo di rapporto».

Tra i tanti che ha cresciuto, non c'è Daniele De Rossi.
«Mi sono sempre rifiutato di allenarlo, sia nelle giovanili che in prima squadra».

Già, in prima squadra. Vero che poteva fare il salto nei grandi?
«Ci sono state due occasioni in cui per farlo sarebbe stato sufficiente un mio sì. Risposi no».

Per Daniele?
«Per Daniele. E mi sembra una scelta naturale. Per un padre è spontaneo non creare un problema al figlio. Lo dico serenamente, da genitore normale, senza voler fare l'eroe».

Molti papà non avrebbero fatto la stessa scelta.
«Non lo so. So, però, che recentemente Eusebio Di Francesco ha dato la mia stessa risposta quando gli hanno chiesto se avesse avuto piacere a lavorare con suo figlio»

A proposito di genitori. Si dice che spesso siano troppo invadenti con i loro figli che sognano di diventare calciatori.
«Da allenatore credo che la famiglia sia sempre fondamentale nel percorso professionale di un ragazzo. Parliamo di giovani che vivono un'età delicata per la loro formazione. Noi siamo di supporto, perché la Roma è attenta a tutti i dettagli, ma le basi familiari hanno un ruolo cruciale. Essere genitori non è semplice, soprattutto se si hanno dei ragazzi che fanno un percorso del genere. A volte aiuterebbe osservare l'allenatore come una persona e non come un tecnico, considerandolo una risorsa nel processo di formazione dei  figli».

Ha avuto il rimpianto di non aver mai fatto il salto nel calcio dei grandi?
«Assolutamente no. Il mio è il lavoro più bello del mondo, almeno lo è per me. Sono fortunato e mi sento un privilegiato. In passato ho avuto diverse offerte da club di serie B, ma ho sempre scelto di lavorare con i giovani. E poi, parliamoci chiaro, io sono alla Roma, un grande club».

Questa sua scelta si può spiegare in un solo modo: amare il proprio lavoro.
«È così. Amare quello che si fa è un ottimo punto di partenza. Il resto ce lo devi mettere te. E questo è quello che ogni giorno cerco di trasmettere ai miei ragazzi, anche se so che non è semplice. Mi sento un privilegiato a poter fare quello che mi piace, ma questo non significa che arrivare dove sono arrivato sia stato un percorso semplice o che il risultato fosse scontato».

Ci dà la sua definizione di un buon allenatore di giovanili?
«Certo non è quello che pensa a migliorare solo le prestazioni sportive dei suoi calciatori. Formare un ragazzo a quell'età, è un lavoro che richiede mille attenzioni non solo a livello tecnico o tattico. Alla Roma non ci limitiamo a formare solo il calciatore, ma vogliamo crescere uomini e professionisti».

In questo senso la Primavera è una tappa fondamentale.
«Sì. È l'ultimo step prima di entrare nel mondo dei professionisti. Ed è la fase più delicata perché in questi anni si definisce la personalità dei ragazzi. È in questo momento che bisogna trasmettergli la necessità di saper reagire, non buttarsi giù dopo una sconfitta, voltare pagina ripartendo dopo aver capito i propri errori».

Anche a livello giovanile è importante il lavoro dello staff?
«È fondamentale. Il mio è un lavoro di squadra. Per i ragazzi è importante riconoscere nello staff professionisti con cui si confrontano, un gruppo serio e compatto, soprattutto un gruppo su cui possono contare. Per noi non sono dei figli, ma la figura del Mister non è solo quella del tecnico ma anche di educatore. Bisogna saper insegnare ai ragazzi a essere adulti, a riconoscere certi valori e come comportarsi nella vita pure quando smetteranno di prendere a calci un pallone».