Se c'è un male assoluto che questo virus infame ha portato anche a chi non ne è contagiato, è la privazione di ogni contatto. Perfino verso gli affetti più profondi. Ha tolto il piacere di abbracciare figli, genitori, fratelli, partner, amici. E ha trasformato gli estranei in persone da guardare con circospezione. L'altro da sé come qualcuno da cui ripararsi. Terribile. Coi social che provano a fungere da surrogato di relazioni. Normale nell'epoca della rivoluzione digitale, si potrebbe pensare.

Senza considerare qualche gigantesco "però". Però il desiderio di condividere - non solo e non tanto un post - è enorme. Soprattutto quando manca forzatamente. Però siamo animali comunitari, noi esseri umani. Perfino i più misantropi. E più di tutti, noi tifosi. E quelli della Roma più di altri. E per(ci)ò questa passione, per chi se ne nutre quotidianamente come fosse linfa vitale, è qualcosa di sacro. Oltre che di difficile comprensione dall'esterno. Qualsiasi passione. Ma questa più di altre. Perché è tutta istinto, impulso, adrenalina pura, volendo anche magia. È zero razionalità, è sofferenza consapevole, è speranza nell'impossibile. E l'impossibile è stare vicini. Ora non solo non si può. Non si deve. Ne va della salute collettiva.

E allora come fare? Nell'unico spazio condiviso concesso dalla maledetta emergenza: l'aria. Facendo vibrare quelle note che per chi le ascolta sono un sollievo, uno sprazzo di luce, un Inno alla Gioia. Inni alla Roma. «Amici anche se non ci conosciamo», «Uniti anche se siamo lontani». Due secondi. Il tempo di trasformare un brusio indistinto in un boato. L'unico contagio auspicabile: udito stimolato, sguardo prima incredulo, poi felice, labbra che (ri)cominciano a muoversi all'unisono. Dai Colli Portuensi a Talenti alla Tiburtina e a chissà dove, nei quattro angoli della città la gente torna ad affacciarsi ai balconi. Senza un perché. O con uno sconfinato. Ascoltando le note che accompagnano la passione, nate spontaneamente e subito seguite da chi sta intorno («Da ‘sta voce nasce un coro»), chiuso dentro casa ma con la necessità di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Di un quartiere. Di una comunità. Di una città. Di un popolo. Di Roma e quindi necessariamente della Roma. Vallo a spiegare. A chi razionalizza tutto lo scibile. A chi è cinico anche nei sentimenti. A chi dispensa sorrisetti condiscendenti per sentirsi superiore. A chi demanda a terzi i propri stati umorali. Racconta la fede a chi è agnostico.

Nel migliore dei casi ascolterai una domanda per risposta: «Perché?». Semplice e complicato al tempo stesso: perché tifi Roma. Di più: perché sei della Roma. Nel senso letterale: le appartieni. Almeno quanto Lei appartiene a te. E avverti il bisogno quasi fisico di starle accanto. Ora che non è possibile, accanto a chi è come te. Non altro da te. Non qualcuno da guardare con sospetto. Ma un amico, «anche se non ci conosciamo». Al quale regalare un abbraccio. Metaforico, in attesa che ci si possa stringere di nuovo. Molto più di un po'