La Roma una guida ce l'ha, si chiama Eusebio Di Francesco e farebbero bene giocatori e dirigenti ad ascoltare quel che ha da dire l'allenatore quando si cerca la direzione da intraprendere. Col suo linguaggio semplice e trasparente Eusebio c'è sempre e non si tira mai indietro quando c'è da chiarire qualche aspetto oscuro. Lo ha fatto anche ieri, alla vigilia di un'altra sfida delicata, come lo sono diventate tutte da quando la squadra ha perso per strada a cavallo di Natale i punti che hanno messo all'improvviso persino in dubbio la qualificazione alla prossima Champions League.

La chiarezza di Eusebio

Intanto il rapporto con la squadra: l'allenatore si arrabbia, certo, quando vede sfiorire sul più bello un'impresa che si stava compiendo in casa di una squadra fortissima come lo Shakhtar Donetsk, e lo fa notare ai suoi giocatori, ma non gli sono piaciute le semplificazioni giornalistiche che hanno dipinto un quadro irreale, come se il tecnico ce l'avesse con i cosiddetti senatori (immaginiamo De Rossi, Kolarov, Nainggolan, Strootman, Dzeko) e come se avesse poi rimproverato tutti giovedì al campo con parole di fuoco. Circostanze negate - entrambe - con chiarezza ieri. «Alla squadra ho parlato solo ieri (quindi venerdì, ndr) e ho vouto più che altro far passare il messaggio che possiamo ancora far bene in campionato e passare il turno in Champions a patto di ritrovare un po' di continuità, non dico per 90 minuti, ma almeno per 70. Poi - ha aggiunto - c'è una parte personale che non si racconta in conferenza, ma che evidentemente non riguarda solo i senatori ma tutti quelli che allentano un po' la presa quando la preda non è ancora inoffensiva».

Discontinuità: un difetto atavico

Ed è il difetto maggiore di questa squadra. Non da oggi, peraltro. Spalletti, Garcia, Ranieri, persino Luis Enrique potrebbero aggiungere episodi all'ormai ricca aneddotica di questa stagione (otto partite fino ad ora con primi tempi brillanti e riprese disarmanti). Ma mentre gli altri tecnici alla fine si sono arresi, denunciando in un certo senso anche la loro incapacità di proporre soluzioni definitive ad un problema atavico (quanto fa comodo dire che il problema è l'ambiente?), Di Francesco non sembra tradire l'intenzione di voler rinunciare al compito: «Sapevo che sarebbe stato complicato, ma io sono contento di stare qua».
E noi siamo contenti che ci sia alla guida della Roma un allenatore che propone un calcio offensivo, che non abbia mai paura di dire le cose come stanno, che abbia il coraggio di chiedere ai dirigenti di seguire una progettazione razionale («la mia Roma scudettata si formò negli anni...») e che continui a predicare la cultura del lavoro. Ci vuole solo tempo. Ma con Di Francesco arriveremo a dama.