«Il coraggio uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare». Copyright Alessandro Manzoni, che nei «Promessi sposi», lo fa dire a don Abbondio che quel coraggio, reo confesso, proprio non ce l'aveva. Ecco, la Roma ha bisogno di essere diversa da don Abbondio per uscire da questo prolungato periodo di oscurantismo calcistico.

Quel coraggio che Paulo Fonseca ha sempre sostenuto come la chiave decisiva per le fortune della sua squadra. Quel coraggio che in questo duemilaventi, derby a parte, la Roma sembra averlo dimenticato negli spogliatoi, progressivamente rattripita da sconfitte che ne hanno minato certezze e ambizioni. Trasformandola come squadra e nei singoli che ora vanno in campo avendo in testa la paura di sbagliare, come abbiamo visto, peraltro con sempre maggiore frequenza, in quasi tutte le partite di questo anno bisestile.

Non è comprensibile che sia successo tutto questo, tanto meno accettabile. Soprattutto perché questa Roma che aveva salutato lo scorso anno regalandosi e regalandoci un piccolo sogno, quel coraggio se lo può dare, caro don Abbondio. Perché ha dimostrato di averlo nei primi quattro mesi di calcio ufficiale, andando oltre tutti i guai fisici con cui Fonseca e i giocatori hanno dovuto fare i conti. Come ha fatto vedere nelle vittorie casalinghe contro Milan e Napoli, ma anche a Istanbul, a Firenze, a Udine e, pure, nelle partite meno brillanti. Quel coraggio, insomma, da qualche parte c'è. Fonseca provi a ritrovarlo. A convincere i suoi calciatori a riscoprirlo. A far capire alla sua rosa che quando si va in campo, contro chiunque, si è sempre undici contro undici e che è meglio rischiare la giocata, piuttosto che evitarla. A motivarli con la constatazione che ci sono, almeno, altre quindici partite da giocare, possibilmente con la faccia tosta di chi sa che gli obiettivi rimasti sono difficili ma ancora raggiungibili.

Solo così le quindici partite ancora da giocare, potranno diventare di più in un cammino europeo che può restituire un pizzico di sogno. È inutile e deleterio continuare a giocare avendo al fianco la paura che può essere solo cattiva consigliera di scelte, propedeutica a una testa ingolfata e, conseguenza, gambe che non girano. Si provi a giocarsi le residue chances guardando negli occhi paura e avversari, sapendo che soltanto così si potrà provare a raddrizzare una stagione che fino a due mesi fa sembrava molto diversa da quella che ora è, conseguenza di due mesi vissuti con la paura piuttosto che coraggio.

Ci si faccia forza con la vittoria ritrovata giovedì scorso contro il Gent, vittoria certo non esaltante ma che può rivelarsi la medicina che ci voleva per ricominciare a giocare con l'obiettivo di fare male all'avversario, piuttosto che quello di non subirlo. Il campo ha dimostrato che è l'unica via per uscirne fuori. Sarà più facile riuscirci ascoltando e seguendo i tifosi che sono sempre lì, pronti ad accompagnare la squadra con quel coraggio che non ha mai fatto difetto alla gente romanista. Ci si provi. Non farlo sarebbe colpevole.