Diciamogli che sta ancora a Genova. Suggeriamogli che il Cupolone è meglio della Lanterna. Che cacio e pepe è più buono del pesto. Che i vicoli di Trastevere sono più coinvolgenti di quelli della città vecchia del capoluogo ligure che pure hanno il loro fascino. Che il mare di Ostia non è poi così diverso da quello cantato dal grande Ivano Fossati. Chissà, forse così il ragazzo arrivato dalla Repubblica Ceca, torna se stesso, quello, appunto visto la stagione scorsa all'ombra dell'acquario, quello che per prenderlo la Roma ha dovuto garantire quarantadue milioni (in cinque anni) a quel simpaticone di Ferrero che sembra il fumetto riuscito male di un presidente del nostro malandato calcio. La nostra più che una provocazione, è la constatazione di un fatto. Anzi due. E cioè che Patrick Schick nelle due occasioni in cui si è ripresentato nella Genova per lui, è tornato Patrick Schick, cioè quel prospetto di campione che è sembrato per l'intera stagione passata, almeno ogni volta che Giampaolo decideva di mandarlo in campo. Come se Genova lo ispirasse. Era successo nella manciata di minuti che Di Francesco gli aveva concesso nel finale della sfida contro la formazione di Ballardini. È risuccesso domenica scorsa contro la Sampdoria quando, spedito in campo nel secondo tempo nel ruolo di esterno destro offensivo, il ragazzo ha dato le risposte che si attendevano.

Forse saremo pure un po' esagerati nella considerazione che abbiamo di Schick, del resto non facciamo fatica a confessare il nostro debole per il ragazzo ceco, ma resta il fatto che quando riesce a giocare sereno, il numero quattordici giallorosso garantisce giocate che possono accendere la fantasia. Come è successo nella ripresa contro la Sampdoria con una Roma diventata sempre più padrona del campo e in grado di creare occasioni da gol in serie, poi, per carità, tutte, per un motivo o per l'altro, non andate a buon fine almeno fino alla capocciata finale di Dzeko che almeno ha evitato una sconfitta che avrebbe avuto il sapore di una beffa colossale con il signor Orsato da Schio che avrebbe avuto la sua parte di responsabilità ancora più evidente. Ecco, sullo Schick visto in campo contro la Sampdoria, ci sembra naturale e doverosa una riflessione. Perché sul fatto che non potesse giocare con Dzeko, soprattutto in quel ruolo di esterno destro offensivo richiesto da Di Francesco, si è parlato molto nelle settimane passate. Al punto che ormai sembrava improponibile che i due potessero tornare a giocare insieme in quel tentativo di farne una coppia in grado di fare la differenza. E invece Genova ha dimostrato che spesso, anzi sempre, il calcio è una questione di testa. Cioè crederci o non crederci nel poter giocare in un determinato ruolo e in una determinata maniera, è soprattutto una questione mentale. Come ha dimostrato, appunto, proprio Schick contro la sua vecchia Sampdoria, davanti ai suoi primi tifosi italiani che gli hanno riservato un'accoglienza condita solo da insulti, fischi e pernacchie.

Il ragazzo è entrato in campo probabilmente sollevato da pensieri cupi, del resto la Roma stava perdendo, peggio non poteva andare. Sistemato sulla corsia destra, ha ricamato calcio, Giampaolo è stato costretto a cambiare Strinic che continuava a corrergli dietro senza prenderlo mai. Dribbling, partecipazione costante e, pure, un tocco celestiale di prima intenzione ad aprire un contropiede che solo l'attuale idiosincrasia della Roma con il gol, non è stato concretizzato. Insomma, lì ci può giocare, a patto che ci creda pur nella convinzione che potrebbe trovarsi meglio in una posizione più centrale. Ci sarà tempo per vederlo nel ruolo di attaccante centrale, forse pure poco se ora si dovesse concretizzare la cessione di Dzeko al Chelsea. Il fatto positivo è che ora anche lui sa che può giocare in quella posizione. Lo ha scoperto nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, festeggiato in quella Genova che lo ispira. È ripartito, adesso deve soltanto non fermarsi.