Spalle larghe con la Spal. Dovrebbe essere un mantra più che una tendenza. Un comandamento più che un'aspirazione. Una di quelle cose da scrivere sulla lavagnetta dello spogliatoio, per evitare che si ripetano seratacce sulla falsariga di giovedì scorso. In Europa League quelle spalle che subito devono tornare dritte e forti, sono state voltate dai giocatori. A loro stessi prima che a tutti gli altri. A questi mesi iniziali di stagione costruiti così bene da accumulare crediti e indurre a pensare che contro il Wolfsberger siano incappati soltanto in una giornata storta. Può capitare. A patto che resti un caso isolato.

La Roma di questa seconda parte di 2019 ha acquisito consensi senza chiederli perché fra le tante qualità ne ha fatta emergere una diffusamente apprezzata: la volontà di non mollare. Mai. Sintetizzando coi fatti uno slogan sempreverde dei tifosi e creando forse anche per questo una simbiosi con loro prossima alla perfezione. Sicuramente dimenticata da qualche tempo. La squadra che nemmeno di fronte alle emergenze o ai torti arbitrali (e ce ne sono stati di decisivi, in campionato come in coppa) si fascia la testa o accampa alibi, è destinata a creare empatia, a conquistare. Soprattutto se paragonata al gruppo sfilacciato e francamente poco guardabile della prima parte dell'anno solare, di una stagione nata male e finita peggio.

L'alba di quella in corso è sorta su auspici differenti. È stata generata dall'ennesima rivoluzione, che come tutte si è compiuta lasciando in eredità ferite profonde e strascichi dolorosi. Ma quando si è trattato di voltare pagina e scrivere la nuova copertina, le due sponde lo hanno fatto insieme. Protagonisti del campo e pubblico. Era inevitabile, forse perfino necessario, che la costruzione della nuova era incontrasse qualche ostacolo all'inizio del cammino. E col senno di poi, forse ne ha schivati anche più del previsto.

Poi la Roma si è assestata, compattata di fronte alle avversità, anziché sciogliersi come in passato, rinvigorita. È diventata perfino bella (nel gioco, per il resto lo è da sempre per definizione). Ha reso orgogliosa la propria tifoseria. Uno spartito magari non (ancora) impeccabile, ma gagliardo. Non immacolato, ma trascinante. Più Clash che Pink Floyd. Perciò la prestazione col Wolfsberger è una nota stonata.

Perché è figlia più dell'indolenza che della sregolatezza. Di un tratto caratteriale che al gruppo di Fonseca sembra non appartenere. Che evoca precedenti recenti già messi in soffitta e dei quali nessuno avverte il bisogno di cover. Il monito del portoghese dopo il match europeo - «Così non si vince» - suona molto più forte di un rimprovero. È sferzata e sterzata al tempo stesso. A partire da subito. Contro un'altra squadra spacciata sulla carta ma che ha tutto da guadagnare come la Spal, deve suonare la sveglia. Senza se o ma di sorta. Adesso non è proprio tempo di dormire. Anche perché semmai se ne avvertisse l'esigenza, gli allori vanno prima conquistati.