Certi angoli del presente è possibile scorgerli solo sporgendosi più in là del semplice rettilineo della fredda cronaca. Li vedi solo in curva. Anzi, in Curva. È lì che viene custodito ogni ricordo. È lì che Antonio De Falchi riprende a esserci. Succede ogni volta che la Roma affronta il Milan, in una gara che da trent'anni non può che essere vissuta nel suo nome. Ma è successo per tanti anni in ogni partita, quando il suo volto è stato sventolato senza soste dalla Sud. Prima che quella bandiera fosse donata a mamma Esperia. Ora ha raggiunto il suo pargolo, dopo aver trascorso un trentennio a chiedersi il perché di un qualcosa che un motivo non lo troverà mai. Non nelle immagini di repertorio, non nelle tavole rotonde dei sociologi e meno che mai nelle aule di tribunale. Giustizia non è mai stata fatta, ma perfino una constatazione tanto terribile passa in secondo piano rispetto all'immensità della tragedia. Un genitore che sopravvive a un figlio è qualcosa di innaturale, lo è di più se glielo portano via appena diciottenne. Impossibile farsene una ragione. Possibile un silenzio intriso di infinito dolore nel caso di Esperia. Mai a caccia di riflettori, microfoni, risarcimenti, vendette anche soltanto annunciate. Una tristezza composta e solitaria la sua, per quanto accompagnata dagli altri sette figli. E da migliaia di altri, pure se acquisiti, che l'hanno abbracciata e da lei si sono fatti abbracciare: i ragazzi della Sud. Loro hanno tenuto vivo il ricordo di Antonio man mano che le pagine di giornali ingiallivano, i processi non seguivano il corso giusto e ai personaggi pubblici non toccavano più celebrazioni di rito.

A Torre Spaccata, poca distanza da casa De Falchi, esiste un parco in suo onore. Da 14 anni. E dopo 14 anni non esiste una targa che lo ricordi. Una sciatteria dell'anima imperdonabile. Di quell'omicidio si è detto e scritto di tutto, arrivando perfino a negare che si trattasse di un delitto. Trattandolo quasi da "tragica fatalità", come se non ci fossero colpevoli. Che invece esistono, anche se non hanno mai scontato la pena. Anche se sono stati coperti da fazioni che in quel caso no, un senso non avrebbero dovuto averlo. Mentre è toccato al tifo vero conservare e tramandare. Ora anche chi nel 1989 nemmeno era nato sa tutto. E magari contribuisce a organizzare tornei in suo onore. «Il significato del ricordo, il peso della memoria», ha scritto la Curva nel 2010, in una delle mille iniziative dedicate ad Antonio. Striscioni, coreografie, cori, in ogni sfida contro il Milan. Che da quel maledetto 4 giugno si gioca nel suo nome. Compreso quello stesso giorno. Molto prima delle pay tv e del calcio trasformato in show business. Nessuno si è fermato allora. Pochi hanno ricordato dopo. Certi angoli del passato sono arrivati nel presente soltanto passando dalla Curva della memoria. La Sud.