Il volo di una cometa. Non di una meteora, sia chiaro. La meteora passa e si spegne per sempre senza lasciare traccia di sé, la dimentichi nell'arco di qualche giorno. O al limite resta un bel ricordo. Falcão invece è stato un'epoca da sogno da cui non ci siamo ancora risvegliati. La cometa disegna nel cielo una scia luminosa che ti resta negli occhi per sempre, e quando guarderai di nuovo il cielo, ti ritroverai a sperare di vederne un'altra di pari bellezza. Quel colpo di testa in tuffo contro il Cagliari del 16 gennaio del 1983 ricordò il volo di una cometa. E non è un caso, anzi, tutt'altro, se si tiene conto che Paulo Roberto Falcão era arrivato a Roma nel giorno di San Lorenzo del 1980. E non esiste data più evocativa del 10 agosto, quando si parla di stelle. Il brasiliano prelevato da Dino Viola dall'Internacional di Porto Alegre però arrivò in pieno giorno, alla luce del sole estivo di Fiumicino. Ad accoglierlo c'erano migliaia di persone,migliaia di tifosi che affidarono a quella stella i loro desideri. Non era un rapido passaggio, quello del Divino: lui era lì per restare e per fare grande la Roma. Lo disse fin dal suo atterraggio: «Sono qui per vincere lo Scudetto». Era giunto per realizzare i sogni e le speranze di un intero popolo: una stella cometa pronta ad esaudire i nostri desideri, zuccotto giallorosso di lana in testa e la faccia seria di chi sa perfettamente quello che vuole.

Ci mise poco a prendere le redini della squadra,ma nel giro di poche settimane divenne l'allenatore in campo, una sorta di alter ego di Nils Liedholm all'interno del rettangolo verde. Dirigeva come un maestro d'orchestra: disegnava geometrie tedesche e illuminava il campo con giocate brasiliane. Un perfetto connubio di forma e sostanza come non se ne erano mai visti prima. Il big bang della Roma. Quel pomeriggio di gennaio la squadra giallorossa aveva assolutamente bisogno di una vittoria, era reduce da un pari al Comunale contro il Torino di Bersellini con il quale si era laureata campione d'inverno, ma il Verona era ad una sola lunghezza di distanza. Alla prima del girone di ritorno allo Stadio Olimpico arrivò il Cagliari di Giagnoni e per tutto il primo tempo fu un dominio romanista, ma il portiere Malizia sembrava essersi improvvisamente tramutato in Yashin. Non c'era verso di fargli gol: parava tutto, persino le bordate di Agostino. Almeno fino all'inizio della ripresa, quando Sebino Nela volò via sulla destra, rientrò sul sinistro mandando a vuoto il difensore rossoblù e pennellò un cross perfetto al centro dell'area. Il volo di Paulo Roberto a colpire il pallone di testa fu qualcosa che travalicò totalmente il puro e semplice calcio. Fu il volo di una cometa, l'incontro fra yin e yang. Un impatto perfetto, perfino prevedibile, perché era l'unica conclusione possibile: la palla va sempre da chi la tratta meglio, da chi sa accarezzarla anche quando la colpisce. Il Divino rischiò quasi di andarsi a schiantare contro il palo, ma la perfezione del gesto fu tale da impedirlo. Una cosa così esteticamente, emotivamente, atleticamente e calcisticamente bella non può certo concludersi con una volgare "capocciata" contro un legno: 1-0 per noi.

Nel finale Falcão, dopo aver rimediato tre calci nell'arco di due secondi, sbracciò su Marchetti. Quello crollò a terra quasi fosse stato fucilato da un plotone d'esecuzione: l'arbitro espulse il Divino, che quindi sarebbe stato costretto a saltare la trasferta contro il Verona di Bagnoli. Dopo la gara, decisa da quel tuffo dal cielo in terra, Galeazzi chiese a Paulo Roberto: «Liedholm ha detto che un grande campione prende sempre più calci degli altri, ma deve essere bravo a non reagire». Il ghigno del brasiliano fu tutto un programma: «Forse non sono un campione, allora». Sapeva benissimo che quella del tecnico era una provocazione, e lui rispose a tono. Del resto, dimostrò nei mesi a seguire – ammesso che non lo avesse già fatto abbastanza – che razza di campione fosse. Lo dimostrò con un altro colpo di testa, stavolta a Pisa, la settimana dopo la sconfitta casalinga con la Juventus. Quella manica tirata su prima del salto con il pugno al cielo vale più di qualsiasi parola, più di qualsiasi volume sulla fenomenologia calcistica. Lo dimostrò con il gol all'Avellino del 1° maggio,quando ci cucimmo mezzo scudetto sul petto, e l'altra metà arrivò la settimana dopo a Genova. Ma quel tuffo contro il Cagliari nel freddo pomeriggio di metà gennaio, racconta totalmente ciò che Paulo Roberto Falcão ha rappresentato per la Roma. Il volo brillante e perfetto di chi, arrivato a Roma nel giorno di San Lorenzo, era pronto a far sì che i desideri di ogni tifoso si realizzassero. Una stella cometa abbacinante, un astro che rischiara il cielo buio e ti resta negli occhi per sempre.