Se dici Cagliari dici Gigi Riva, se dici Roma dici Francesco Totti. Numeri dieci. Incroci di storie, di fedeltà e di amore. Spesso associati da chi sa di calcio, più per motivi morali che tecnici, data la diversità da giocatori. Riva e Totti, Cagliari e Roma, Roma e Cagliari, Totti e Riva. Che si sono incrociati in carriera, anche se non nello stesso ruolo, quando Riva si occupava di Nazionale e di "accompagnare" gli Azzurri come team manager. Un Mondiale vinto insieme, quello in Germania nel 2006, tanti scambi di stima. Totti e Riva, Roma e Cagliari, distanti un braccio di mare e un incrocio di venti. Venti diviso due uguale dieci. Dieci, tantissimi numeri dieci. Quelli che il 9 maggio del 2010 accorsero all'Olimpico. Tutti con Totti. Sì, non erano giorni facili, c'era appena stato un 25 aprile nefasto, era così lontano Roma-Dundee. La squadra di Ranieri aveva cavalcato a lungo e aveva accarezzato lo scudetto, per poi trovare Cassano, Pazzini blucerchiati e l'arbitro Damato sulla propria strada. Tutto rovinato in una partita sola. C'era stato un 5 maggio, stavolta favorevole all'Inter e nefasto anche quello per la Roma. Totti aveva scalciato Balotelli al 41'del secondo tempo. L'Italia era insorta, stranamente tutta intera all'occorrenza, o quasi, compatta l'Italia dell'antiromanismo spiegato ai nostri figli, quando c'è di mezzo un romano, quando c'è di mezzo Totti. Pure il Presidente della Repubblica Napolitano aveva parlato di Totti, «una cosa inconsulta».Forse pure sulla Luna s'erano accorti che Totti aveva dato un calcio a Balotelli. «Un provocatore» secondo molti, forse anche secondo alcuni suoi compagni di squadra, che non lo difesero in quell'occasione, lasciandolo a terra dopo il gesto del numero dieci romanista. Che aveva pensato addirittura di smettere, prima di un 28 maggio qualunque.

La Roma aveva perso una Coppa Italia, aveva contribuito, stava contribuendo, al Triplete dei nerazzurri. Così quel 9 maggio del 2010, con qualche minima speranza appesa ancora al tricolore, prima di Chievo-Roma all'ultima giornata, erano tutti con Totti. Eravamo tutti con Totti. Si giocava Roma-Cagliari ed era l'ultima stagionale all'Olimpico. Roma era ancora una volta e sempre dalla parte di uno dei suoi figli, che anche quando sbagliano restano figli. Voglia di stringersi un po'. E abbracciarsi ancora. Nel nome della Roma. Anche per questo «Chi tifa Roma non perde mai», come scriveranno i tifosi giallorossi a Verona la settimana seguente. «Sempre al tuo fianco» e «In difesa di una fede, onore a te, Capitano», gli striscioni in Sud. E Francesco a passo lento sotto la sua curva ad applaudire il suo coro lanciato dal cuore del tifo e subito intonato da tutto lo stadio: «C'è solo un Capitano». «Sempre e comunque», «Grazie Capitano», «Roma è fiera di te», gli striscioni in Tevere, quel 9 maggio. E tantissime maglie col suo nome e numero sulle spalle, molte più del solito. Ilary, in tribuna, con la maglia di Francesco e il cartello: «Totti non si discute, si ama». Il Cagliari però ci aveva provato. La Roma aveva finito il suo credito con la fortuna, Totti e Motta avevano preso due pali nel primo tempo. Riise un altro nel secondo. E poi Lazzari, beffa, a 17' dal termine aveva portato in vantaggio i rossoblù su calcio di punizione. Sembrava un incubo, un altro. Fino al 33' della ripresa, quando Totti, che aveva sprecato poco prima un'occasione da due passi, aveva trovato il diagonale giusto, millimetrico, anticipando Cerci. Dal vertice della piccola area,di destro, aveva battuto l'ex compagno e campione d'Italia, Lupatelli, per l'1-1. Quattro minuti più tardi ancora pressione Roma e fallo di mano di Biondini su cross di Riise. Rigore per la Roma. Totti gol. Il numero quattordici in campionato, per il 2-1. Per sperare ancora un po' negli ultimi 90'di campionato e peri l rituale giro di campo di saluto ai tifosi. Un finale ancora una volta amaro, ma ancora una volta Romanista.