"Credete più a quello che vedete che a quello che vi dico?!?". Dice così, in un racconto di Stendhal, la signorina Sommery al suo lui che l'aveva sorpresa a letto con l'amante. Già, quello che vi dico. Perché la narrazione conta, conta parecchio. Anzi, di più. E perché le parole riescono a trasformare la realtà in pongo e a quel punto, al pongo, gli si può dare la forma che più si vuole. Ho detto forma.

Ma avrei anche potuto dire fuori forma. Tanto l'importante è come me la racconti quella ciccia: ma quale adipe, sostanza. E allora io, mia cara Miss Sommery, ti credo. Ti credo al punto che, con altri migliaia, mi faccio fomentare così tanto d'andare al Flaminio per la presentazione di un pachiderma che tu m'hai descritto come un imperatore. E se c'ho creduto quel giorno, nonostante l'evidenza di un ex giocatore capace al massimo di sfondare una bilancia più che la porta avversaria, figurarsi se non ascolto, ingoio e ripeto anche oggi che, invece, da pachiderma mi ci fai passare Gonzalo Higuain solo perché qualcuno lo ha accostato alla ROMA. Già, alla ROMA.
Dove probabilmente non andrà mai eh. Ma l'argentino è buono come il pane per spiegare al meglio come nulla vada mai lasciato al caso. Proprio così: non si deve mai correre il rischio di farsi trovare impreparati. E allora, pure se fosse solo una su un milione la possibilità che sarà lui il nuovo centravanti giallorosso, meglio portarsi avanti con il lavoro, preparare il terreno. Come? Con il solito, trito e ritrito, giochetto. Che però basta. E avanza. Perché tanto non conta cosa c'è scritto sul certificato anagrafico ma come Miss Sommery ce lo racconta. E così Higuain è vecchio, Dzeko che ha quasi due anni di più, invece, 'n pischello. E a chi importa cosa si dice sull'almanacco? L'importante è saperlo argomentare quel dato e così, anche qui, Higuain è finito mentre Dzeko è 'n fiore.
Pure se in questo ultimo campionato si è lasciato scorrere la ROMA addosso e ha fatto due gol in meno dell'argentino. E ciccia se i numeri non dovrebbero confondersi con le interpretazioni. Oddio, l'ho ridetto: ciccia. So' casi.
Al contrario di quello che accadrà con Nicolò Barella che invece è già perfettamente chiaro: andrà come dicono tutti all'Inter? "Non poteva essere altrimenti. La ROMA ormai ha la forza attrattiva della Giana Erminio". Verrà alla ROMA? "L'Inter l'ha mollato. Per questo lo abbiamo preso noi". Sigh.

Perché chi arriva nella Capitale deve per forza essere lo scarto di qualcun altro: facile, facile, facile. Anche se i facile che avrei voluto scrivere sarebbero stati molti, molti di più ma avevo troppa fretta di dire che alcuni il pronome personale "noi" dovrebbero avere l'amor proprio di non usarlo più.

Perché dentro quel noi c'è la ROMA, ci sono i suoi tifosi. Ci sono, insomma, tutti quei romanisti che ragionano in modo diametralmente opposto: giochi con "noi" ti sostengo, giochi per qualsiasi altro ti archivio. Macché.
Alla signorina Sommery di tutto questo non interessa nulla. Fuffa. La verità non le serve. Perché se la può creare artificialmente utilizzando un microfono come fosse una clava, impugnando la penna come c'avesse in mano un bisturi. Con il quale asportare, ad esempio, la defenestrazione europea del Milan andandola a raccontare non per quello che è, una umiliazione, ma per quello che si vuole far credere essere: una paraculata. Che se quella stessa sorte fosse toccata alla ROMA Miss Sommery, dal suo armadio, c'avrebbe tirato fuori tutto quello che c'aveva dentro di nero per rendere ancora più credibile la sua disperazione, vestita a lutto dalla testa ai piedi, per la morte sportiva della squadra che aveva millantato d'amare. Avrebbe pianto. Così bene che quelle lacrime sarebbero sembrate vere a chiunque. Così bene che questa volta non avrebbe avuto bisogno neanche di parlare per rendere vero qualcosa che di vero non aveva nulla.
Già, nulla.