Martedì mattina. Sveglia intorno alle nove. Considerato il mio metabolismo, il rincoglionimento è notevole. Caffè, sigaretta, tv accesa, computer pure, la deformazione professionale mi porta a cercare di capire se nella notte è successo qualcosa.

Quindi, pure il sito della Roma. Comunicato su Daniele De Rossi. Leggo. Rileggo. Rileggo ancora. Ho bisogno di un altro caffè. Non mi capacito. Daniele De Rossi contro il Parma giocherà la sua ultima partita con la maglia giallorossa. Penso: un hacker è entrato nel sito della Roma e ci sta facendo uno scherzo di cattivo gusto. Bastano un paio di telefonate: tutto vero.

Mi chiudo in un mutismo che non mi appartiene. Spengo la tv, il computer, non rispondo al telefono. Aspettando la conferenza stampa annunciata. Sperando in una risposta che possa darmi un senso, anche se questa storia un senso non ce l'ha.

Peggio. La conferenza stampa deteriora il mio umore, incupisce i miei pensieri, accentua il mio isolamento. Ripenso: per fortuna che non devo andare in radio, neppure al giornale, facciamo passare la nottata, meglio rifletterci ventiquattro ore, provare a ragionare con la mente fredda, piuttosto che a caldo con la ferita ancora sanguinante. Non sento e leggo niente, che la solitudine di fatto e di pensiero sia la consigliera che ci vuole.

Ma quale fortuna. Il giorno dopo, la ferita continua a sanguinare e, al momento, non conosco un cicatrizzante in grado di fermare l'emorragia. Per il semplice fatto che non riesco a trovare una risposta. Perché? Non lo so, non lo capisco e non lo capirò mai.

Perché, come si racconta, De Rossi a suo tempo non gradì l'arrivo di Nzonzi? Perché, come si dice pure qui, l'allenatore che verrà preferisce ripartire senza la presenza ingombrante (ma de che?) di un Capitano come il biondo di Ostia? Perché il sedici all'interno dello spogliatoio ha il carisma del romanismo, dell'intelligenza e dell'autorevolezza? Nel caso, sono tutte eventuali sciocchezze rispetto a quello che ha rappresentato, rappresenta e continuerà a rappresentare Daniele De Rossi.

Per milioni di tifosi, per la nostra città, la nostra maglia, il nostro senso di sentirci diversi, mai omologati a un carrozzone calcio in cui faccio sempre più fatica a riconoscermi. L'unicità della Roma è quella di cui ho (ma credo che potrei dire anche abbiamo) sempre avvertito l'orgoglio di essere romanista. È quell'essere sempre stati contro, folli e utopici, un po' don Chischiotte e un po' il capitano Achab, un po' Robin Hood e un po' Gulliver, un po' Mohammed Alì e un po' Che Guevara. E chissenefrega poi se si vince poco e niente.

De Rossi, oltre che un grande giocatore, è noi, era ed è questo romanismo, questa utopia e follia, questo essere contro. Non per vincere a prescindere, ma per essere la Roma, non un'azienda. Sarà pure il calcio del terzo millennio, ma non mi appartiene. Non appartiene alla Roma che, prima di qualsiasi altra cosa, è un sentimento, un'emozione, partecipazione, senso di identità. Sarò superato. Ma io voglio perdere da Roma, piuttosto che vincere da Juventus.

Grazie Daniele. Forza Roma.