C'è una parola assente nel vocabolario di ogni romanista. Cinque lettere ignote, sconosciute e incapaci di tarpare le ali di un sentimento che non conosce il significato del dirsi addio. Il Romanismo d'altronde è prevedibile nella sua costanza, ma mai scontato. Si tramanda, non si racconta, si condivide, non si divide, può anche dirsi "arrivederci", ma mai "addio". In cuor nostro le risposte che ora cerchiamo sbattendo la testa contro il muro, le abbiamo dentro anche se la coltre di quelle cinque lettere sembra aver annebbiato la lucidità di un amore essenziale nel suo essere invisibile ad occhi altrui.

Il Romanismo è l'irrazionale speranza del presente che si mescola con una altrettanto irrazionale certezza del futuro. "Addio" non è un apostrofo nero tra noi e Daniele. Mai lo sarà e un giorno, magari lontano, queste righe prenderanno veramente forme reali quando adesso, a causa di una ferita, sembrano esser soltanto gocce di sangue capaci di tingere un foglio bianco.

- Papà, ma che hai fatto?
- Vittoria!
- No Pa', ma quale Vittoria so' Daniele.
- E do' l'hai lasciata Vittoria? Che ci faccio qua?
- Papà siamo in ospedale, non le vedi le flebo? Sei qui da ieri notte, ti sei sentito male allo stadio non ricordi nulla?
- Vittoria!
- A Pa' so' sempre Daniele, Vittoria sta a lavoro passa più tardi. Anzi vuoi qualcosa? Le dico di portarti le parole crociate che sei sempre stato bravo a farle. Oddio, una volta t'eri intignato a far entrare "Caput Mundi" al posto di Roma, non l'ho mai capita ‘sta cosa sai.
- Vittoria!
- Papà so' sempre Daniele, ti senti bene?
- Bello de papà tuo, famose a capì, chi ha vinto ieri? Ha vinto la Roma? Posso urlare vittoria senza che me tartassi co' sto "so' Daniele, so' Daniele"? Lo so bene come ti chiami, te manco le sai le litigate con mamma per chiamarti così. Mica voleva eh, ma proprio intransigente eh. Non voleva sentì ragioni, quando eravamo fidanzati c'avrò provato in tutti i modi ma niente. O almeno, niente fino ad una calda giornata di maggio. Ma te l'ho mai raccontato il giorno in cui tua madre s'è fatta convince?

- Sì, papà, me lo dici ogni volta che litigate. Come ve va di litigare all'età vostra non se sa, siete veramente due rompicoglioni.
- Io te la racconto uguale, anzi aspetta un attimo…
- Buongiorno signorì, il dottore che dice? Me dimettete o devo restare qua pure oggi? Sa, dovrei rivedermi la partita me so' interrotto sul più bello e tac, me so' risvegliato qui.
- A Pa' essi bono dai, lasciala lavorà e non rompe. Raccontame ‘sta storia così eviti di importunare lei.
- Era una calda giornata di maggio di tanti anni fa…
- Me l'hai già detto Pa', me sa che oltre al cuore t'ha preso qualcosa pure al cervello sai.
- Ho capito, ma famme inizià bene. Una bella storia, come una favola, deve sempre iniziare facendo pensare a chi l'ascolta che sarà bellissimo (fischietta un motivo di Curva ormai in disuso).

- Vabbè tagliamo la testa al toro che tra dieci minuti devo scappare e non posso restare a lungo.
- Ma guarda te se me doveva uscì fuori un figlio cronista, io che giornalista lo so' stato solo agli occhi di molti e grazie alla stima di pochi pur senza merito alcuno. Strano scherzo la vita, proprio come una calda giornata di fine maggio di tanti anni fa. C'era il sole alto in cielo Danié, c'erano tutti gli amici miei di un tempo, alcuni non li vedo da una vita ma se potessi sarei capace di parlare delle cazzate fatte per la Roma con loro per anni interi. Senza fermarmi mai. Era una calda giornata di fine maggio quando tutto ebbe inizio…
- Ma come inizio Pa', perdonami ma ‘sta storia la conosco bene e oggi te la stai inventando. Sei sicuro di stare bene sì? Perché se mi chiamo Daniele un motivo ci sarà, ma quel giorno Daniele disse addio.
- Te sei tonto, ma quale addio. Al massimo provarono a farglielo dire, ma tra di noi fu soltanto un arrivederci. Come quando un amico va via ma sai di ritrovarlo, come io con tua madre prima che tu nascessi e il destino ci aveva messo davanti ad una sfida per molti insuperabile. Era una calda giornata di fine maggio di tanti anni fa, a Piazza Mancini splendeva il sole baciando tutti. Ultras, tifosi normali, occasionali, cesaroni…chiamali come ti pare, per me quel giorno eravamo soltanto romanisti. Tutti, tranne chi aveva pensato di guardare al nostro amore come una fabbrica. C'è stata gente, poca, che aveva parlato di noi come di un'azienda. I sentimenti non conoscono catene di montaggio.
- Cinque minuti Pa', stringi che sennò ci parli te col direttore. Ho un'inchiesta da chiudere.
- Signorì le posso chiedere cosa abbiamo in programma per pranzo? Sa, ho fame e a forza di ricordare mi è venuta la gastrite nervosa. Ne soffro da sempre, la Roma non m'ha mai aiutato. Ma quanto è stato ed è bello star male per lei, se so qui d'altronde è colpa di un rigore parato. A proposito bello di Papà, ma chi ha vinto?
- Loro Pa', hanno vinto loro qua la vedo dura quest'anno.

- Siamo sopravvissuti a cose ben peggiori, come al giorno in cui tua madre si convinse a dirmi di sì. Non parlo di matrimonio eh, glielo avessi chiesto allo stadio sai le risate. Mi disse sì sulla mia insistenza nel chiamarti così. Lo fece perché era lì con me, anzi nel settore accanto al mio come già era successo due anni prima. E quel giorno piangemmo tutti e furono abbracci con amici e sconosciuti, lacrime copiose capaci di inondare ricordi di sconfitte sportive ben peggiori. Quel giorno pensavamo di aver perso il nostro capitano dopo che due anni prima ne avevamo visto un altro svestire la fascia. Quel giorno ci sbagliavamo tutti quanti, ma non io che a fine partita dissi a tua madre che se mai avessimo avuto due maschi avrei voluto sceglierli io i nomi. A mio rischio e pericolo, a costo di ricevere uno scappellotto come solo lei sa fare. Lapadula in confronto è stato graziato, ma te manco sai di cosa sto parlando mi sa.

- Anche questa me l'hai raccontata, mi sa che è meglio se ti riposi e, quando sarai guarito, ci riguarderemo insieme la partita. O almeno i sedici minuti che restano, anche se purtroppo sai già com'è andata a finire.
- A volte non è il risultato che conta, né tantomeno sapere già il finale. A volte le sconfitte ci fanno apprezzare il cammino: non si cresce mai nella gioia. Si cresce tra lacrime e disperazione. Come quelle di un capitano che quel giorno ci disse "addio" sapendo che "addio" è una parola a noi ignota, sconosciuta.
- Su questo hai ragione, ieri a fine partita lo ha detto anche lui che da sconfitte così ci si rialza più forti. Che bisogna essere romanisti soprattutto nei momenti difficili.
- Ci sarà un motivo se ti ho chiamato così, ci sarà un motivo se dopo quella giornata di lacrime ho implorato tua madre di cedere il passo. Ci sarà un motivo se lui ora è il nostro allenatore e, chi al tempo l'ha allontanato, solo un ricordo sbiadito. Il Romanismo è come il vento Danié: lo puoi contenere, possono provare ad ingabbiarlo (ride). Ma arriverà sempre il punto di rottura, il momento in cui questo vento riprenderà con forza a far sventolare una bandiera che qualcuno ha provato ad ammainare. Guarda che bel sole che ci sta là fuori, io mi sa che sgattaiolo e scappo a fumare.

Ciao Daniè, ci vediamo domani. Anzi no, domani gioca la Roma.
Ci vediamo nel settore, birra e panino li offri tu però.