C'è una certa categoria di tifosi, tra quelli più risentiti con la società, che non rimproverano solo la mancanza dei successi, perché sanno in fondo che da queste parti si è sempre vinto poco. Semmai sono arrabbiati perché sentono che a volte viene a mancare quel senso di appartenenza che invece ha da sempre caratterizzato la storia di questo club.

«Se devo continuare a perdere - è il senso della loro protesta - preferisco farlo con chi condivide, conosce e interpreta i miei stessi umori, i miei stessi pensieri, la mia stessa fede». Così in campo e fuori vogliono essere rappresentati da chi quei due magnifici colori li porta davvero nel cuore e se poi dovesse portare pure un trofeo tanto meglio.

Ed è per questo che uno come Claudio Ranieri avrà sempre un posto nell'olimpo dei nostri eroi. Perché ogni volta che parla dice qualcosa di (molto) romanista. Dove altro si potrebbe trovare un allenatore, nell'iperprofessionismo cui è giunto questo calcio, che prima ancora di sapere se l'obiettivo che gli è stato chiesto sarebbe stato raggiunto, riesce a dire col sorriso sulle labbra che sarebbe andato lui stesso a prendere il suo successore all'aeroporto, qualora fosse stato uno bravo come Conte? E che ieri, sfumato l'obiettivo principale, conferma che, a prescindere dalle scelte future societarie, lui comunque è stato orgoglioso di aiutare la Roma in questi tre mesi, ma che a fine campionato si farà da parte per liberare la panchina a mister x?

Quest'uomo è un esempio di bravura, competenza, serietà ed è un vero campione di romanismo. Quella di Genova è stata la partita numero 1246 vista su una panchina da allenatore professionista e provate a contare fino a 1246 per capire quanto sia lungo questo elenco, e se poi sentite pontificare qualcuno che allena da tre o quattro anni fateci sopra una bella risata.

Ranieri è uno che ha alzato undici trofei, che ha vinto cinque campionati (sfiorandone diversi altri, uno dei quali ci sta ancora di traverso), due titoli internazionali e che è stato eletto allenatore mondiale dell'anno dopo aver raggiunto il più clamoroso risultato della storia del calcio, vincendo con il Leicester un campionato grazie alla sua ricetta di scampanellamenti e di buoni sentimenti, non solo calcistici.

Eppure è uno che dice che quando chiama la Roma bisogna dire sì e basta, senza chiedere soldi, anzi, senza chiedersi altro. E quando pensa alla partita gli viene naturale sottolineare che ogni risultato lo si debba «ai tifosi». E allora sarebbe bello immaginare che tra un paio di settimane, quando il campionato sarà finito, Pallotta provi a trattenere in ogni caso a Trigoria quest'uomo giusto, se non da allenatore, con un ruolo comunque di ampia responsabilità, magari al fianco di Totti. Sarebbero loro i migliori "presidenti" possibili.