Sessantacinque anni compiuti ieri, di cui quasi trenta (ventotto e qualche mese per la precisione) trascorsi alla Fiorentina tra campo (quindici) e scrivania (tredici), con una brevissima parentesi in panchina: Giancarlo Antognoni è la Fiorentina. In riva all'Arno è arrivato appena 18enne, della maglia viola si è innamorato al punto di volerla indossare per sempre ad eccezione degli ultimi due anni di carriera passati in Svizzera, a Losanna. «Ho vinto soltanto una Coppa Italia ma l'amore di Firenze nei miei confronti vale più dei trofei che avrei potuto alzare con altre squadre». Col numero 10 viola per eccellenza abbiamo parlato di Roma-Fiorentina.

Che partita sarà?
«Tra due squadre che hanno fatto bene fino a un certo punto, poi sono calate. Noi ci aggrappiamo alla semifinale di Coppa Italia, in campionato c'è mancato qualche punto nell'ultimo mese: abbiamo infilato troppi risultati negativi, ma siamo una squadra giovane e ci può anche stare. Siamo giustificati, in un certo senso. La Roma era partita con ambizioni più importanti delle nostre, ha avuto vari problemi e adesso è in chiara difficoltà».

Se l'aspettava una stagione così deludente della Roma?
«Sinceramente no. Pensavo che potesse fare molto meglio: la Roma ha giocatori importanti, stiamo parlando di una rosa di valore. Una rosa da Champions League».

Si attende una Roma animata da un desiderio di rivalsa dopo il 7-1 di Coppa Italia?
«Rivalsa non solo legata a quel risultato ma anche al periodo: troveremo una Roma molto arrabbiata e  diversa da quella battuta in Coppa Italia. Sicuramente più in difficoltà e con un allenatore nuovo che sta cercando di cambiare qualcosa. Ma considerando il materiale che c'è a disposizione, la Roma può risollevarsi. Sarà una sfida tra due formazioni che non sono in un buon momento, per la Roma forse conta di più rispetto a noi che abbiamo comunque ancora una semifinale di Coppa da giocare».

Che ricordo ha delle sfide contro la Roma giocate quando era un calciatore viola?
«Personalmente ho ottimi ricordi. Sono state sempre belle sfide, la Roma degli Anni 80 era davvero forte. Quella giallorossa è anche la squadra contro cui ho segnato più gol: se non ricordo male 8 in carriera. Ma non perché ce l'avessi con la Roma, anzi. È stato il club a cui sono stato più vicino durante la mia militanza viola».

Si spieghi meglio.
«Nell'estate del 1980 sono stato vicinissimo al trasferimento da voi. Era quasi fatta. Poi ci ho ripensato».

Come andò?
«Con la Fiorentina non avevamo fatto benissimo: chiudemmo sesti, dalla Coppa Italia andammo fuori al primo turno. La Roma mi corteggiava e mi decisi ad andare a cena a casa di Dino Viola: lui e Liedholm mi volevano a tutti i costi. Il presidente mi parlò del suo importante progetto, mi parlò di quanta voglia avesse di fare grande la Roma. E mi aveva quasi convinto al trasferimento».

E poi cos'è successo?
«Alla Fiorentina ci fu il cambio di proprietà: i Pontello presero in mano il club, anche loro avevano un buon progetto, con ambizioni notevoli e così decisi di restare a Firenze. E sfiorammo lo scudetto nella stagione 1981-1982: ci costò caro il pareggio di Cagliari all'ultima giornata, la Juve vinse a Catanzaro e arrivammo secondi».

Tra le polemiche.
«Lasciamo perdere, meglio non parlarne, sono passati tanti anni. Se non ricordo male, la stagione prima c'era stato il gol di Turone annullato alla Roma. Magari con la Var le cose sarebbero andate in modo diverso. Poi nel 1983 la Roma riuscì a interrompere il dominio della Juve, mi fece piacere».

Oltre alla Roma altre società hanno tentato di portarlo via da Firenze?
«Nel 1978 ci provò la Juve, ma nulla di serio. A quei tempi non c'erano offerte dall'estero, il nostro campionato era il migliore».

Cosa la spinse a giurare eterno amore alla Fiorentina?
«Quello che ha spinto Totti a restare alla Roma (ride, ndr). Anche se non ero nato a Firenze, ci sono comunque cresciuto arrivandoci a 18 anni, tutti mi volevano bene, non me la sono sentita di lasciarli. Ammetto però che erano altri tempi: non esistevano gli svincoli, era diverso, un calciatore era legato di più alla società. Oggi forse sarebbe diverso, se giocassi adesso non avrei la certezza di restare a vita in viola. In quel momento decisi di non tradire Firenze. E oggi vengo ripagato in pieno della scelta fatta».

Domenica c'è stata la festa di Batistuta.
«Ci sono andato. Firenze è una città passionale, un po' come Roma: un giocatore si sente amato. Batistuta ha fatto tanto per la Fiorentina e il popolo viola gli riconosce i giusti meriti».

Perché ha scelto di fare il dirigente e non l'allenatore?
«Per fare l'allenatore servono determinate caratteristiche. Caratteristiche che forse non ho. A me dispiace lasciar fuori i calciatori, sono troppo buono: diciamo così. E ho deciso di fare il dirigente. Un po' come il vostro Francesco. Si vive di calcio ugualmente: il mio compito è stare dietro alla squadra e cercare di dare i consigli giusti, non tecnici ma comportamentali».

Ha rimpianti?
«Gli unici sono legati agli infortuni: quello del 1981 mi impedì di giocare 13 partite nella stagione in cui arrivammo secondi a un punto dalla Juve, magari disputando quelle gare sarebbe potuta andare in maniera diversa. Nel 1984 la frattura di tibia e perone fu un durissimo colpo. Il rimpianto di sempre, però, è non aver giocato la finale del Mondiale in Spagna: ho fatto sei gare su sette, saltando l'ultima».

Da dirigente lasciò la Fiorentina con Cecchi Gori presidente.
«Non ero d'accordo con la scelta di mandare via Terim, così mi dimisi. Tornando indietro forse non lo rifarei, ma in quel momento la testa mi disse di lasciare. L'importante ora è essere tornato: ammetto che negli anni di lontananza da Firenze, pur avendo l'incarico in Figc con le squadre giovanili, la Fiorentina un po' mi mancava. Da due anni sono di nuovo a casa».

C'è un giovane calciatore in cui si rivede oggi?
«In nessuno in particolare. Ma di giovani bravi ne stanno emergendo tanti: Chiesa, Donnarumma, Romagnoli, Barella e il vostro Zaniolo». 

Zaniolo era a Firenze.
«Prima che arrivassi io. Quando sono tornato alla Fiorentina non c'era già più. Peccato. È un giocatore moderno, ha tutto per diventare un campione: è forte fisicamente, bravo tecnicamente e sa fare gol. È il giocatore ideale per il calcio di adesso. A 19 anni non ricordo di averne visti così. Gli auguro di restare umile e diventare un simbolo della Nazionale del futuro. Oggi è più difficile rispetto al passato».

A cosa si riferisce?
«Oggi è più complicato essere giocatore rispetto ai miei tempi. Di questi tempi un calciatore è proprietario di se stesso, noi eravamo di proprietà dei club. Ora un ragazzo deve essere bravo a gestirsi quasi da solo. Zaniolo mi sembra in grado di poterlo fare».