K way (of life). Ovvero stile Kolarov. Espressione da duro, piglio da uomo che non deve chiedere mai, piede che «po' esse fero e po' esse piuma» a seconda delle necessità, buona parte di carriera trascorsa con una maglia celeste che, quella sì, vuol dire qualcosa di importante negli ultimi anni. Figuriamoci se uno così può essere condizionato da quel passato remotissimo. Nei peccati di gioventù ci cadono in molti. L'importante è saper rimediare. E Aleksandar ha capovolto l'errore dei tempi andati, con un presente da stropicciarsi gli occhi. Altro che ex. Pochi giocatori appena arrivati sono entrati così velocemente nelle grazie del pubblico. Pochissimi sono stati così incisivi in un batter di ciglia, come il serbo. Sembrano distanti anni luce i tempi in cui qualcuno storceva la bocca per i suoi trascorsi. Mentre è relativamente vicino il suo approdo giallorosso: estate 2017, un'intuizione di Monchi che chiunque ami la Roma non finirà mai di benedire. Kolarov si veste di giallorosso, ed è subito amore. Kolalove. Ci mette un attimo per mostrare a tutti quanto può essere importante la sua presenza in questa squadra.

Prima giornata: Bergamo, campo storicamente difficile, la gara è impegnativa come sempre e pare destinata al pareggio. Quando lui la sblocca con una punizione beffarda. Risolvendola. Da lì in poi è un crescendo: prestazioni sontuose,condite da assist in serie (soprattutto per l'amico Dzeko, che con lui si trova a meraviglia grazie a u n'intesa cementata negli anni del City) e gol pregiati, su tutto quello che riapre la sfida di Stamford Bridge e probabilmente imprime un marchio importante sulla stagione romanista. Il presente è di altissimo livello, il futuro promette bene. Nonostante il brizzolato che tanto colpo sta facendo sulle donne, Aleksandar ha 32 anni appena compiuti e un fisico integro che lo proietta anche al di là di questo strepitoso scorcio di stagione. Poi c'è il passato,che non si dimentica certo, ma è una pagina voltata in tempi non sospetti, 2010, al termine della gara della sua ex squadra con l'Inter. Con ogni singola parola che ancora oggi suona come musica per i romanisti. «Sono sconcertato, nella mia carriera non avevo mai assistito a nulla di simile - disse all'epoca -. Invece di essere dalla nostra parte e tifare per la salvezza, il pubblico ci scherniva e ci urlava di non giocare la partita. Un atteggiamento oltre la rivalità sportiva, il buon senso e l'intelligenza: non è più passione, ma malattia. Non riesco a capire come si preferisca danneggiare gli altri che sostenere la propria squadra». Lo ha capito talmente poco, che qualche settimana dopo ha fattole valigie,destinazione Manchester. Pur amando Roma, come dimostra il Colosseo tatuato. Tanto da tornarci, stavolta dalla parte giusta. Ieri Di Francesco ha rivelato un piccolo retroscena sul serbo a proposito della tensione che da tecnico viveva nell'avvicinamento alla sfida: «L'altro giorno mi ha fatto una battuta, guarda mister che fra noi due io ho giocato con loro, dovrei sentirla di più». E invece no. Kola vuole soltanto vincere, ora che sta dal lato di chi tifa esclusivamente per la propria squadra.