Se la corrente arriva con più veemenza del previsto. Se ti travolge fino a trascinarti via. Se fa mollare gli ormeggi e ti sbatte fra le onde in mare aperto. Se tutto sembra perduto e il sereno appare soltanto un miraggio in lontananza. Se il quadro appare tanto fosco, c'è un solo modo di affrontare la questione: mettendosi di traverso. Senza assecondare la tendenza. Andando in senso opposto. Prendete la prossima partita. Sta per arrivare la corazzata Inter: campione in carica, lanciatissima anche quest'anno. Qualche colpo a vuoto non ha scalfito le ambizioni e il bis sembra alla portata. Dall'altro lato la Roma, con le sue ferite di Bologna ancora aperte e tutt'altro che disinfettate. Già priva del Capitano, ora deve fare a meno anche del giocatore in assoluto meno sostituibile in rosa (Karsdorp), di quello più in forma nell'ultimo periodo (El Shaarawy) e di Abraham, centravanti pressoché inamovibile. Squadra decisamente meno attrezzata dell'avversaria già in partenza, con uomini contati e umore calante dopo il risultato del Dall'Ara. Last but not least, il nodo esterno. Che Mourinho e i suoi non rientrino certo nelle grazie della classe arbitrale è ormai evidente anche ai muri. La surreale ammonizione di Abraham nell'ultima giornata e la conseguente squalifica è roba talmente rifilata a casaccio da sembrare scientifica. Così come gli interventi fallosi su Zaniolo, seriali e puntualmente impuniti, alla faccia della litania sul «patrimonio del calcio italiano da tutelare».
La Roma alla sfida ci arriva decimata, sghemba e tartassata. I nerazzurri pimpanti, determinati e consapevoli. Da qualsiasi angolazione la si guardi, la sorte della sfida pare già segnata. C'è perfino chi si è spinto oltre. «L'Inter gioca, vince e risparmia energie: a Roma Inzaghi prenderà altri tre punti per il salto in classifica», è stato scritto da un sito anche molto seguito al termine della partita con lo Spezia. Testuale. «Prenderà». Nessun condizionale. Asserzione stentorea. Con tanto di indicativo futuro. Ma nel calcio - molto più che nella vita - non c'è nulla di ineluttabile. E il futuro non è scritto. A dirlo uno dei padri del punk, che per natura è ribellione all'ordine costituito. Quella che storicamente, addirittura dalla fondazione, incarna la Roma. Proprio quando tutti la danno per spacciata, cava fuori il meglio di sé. E adesso ha anche l'asso per antonomasia nella costruzione di fortini. Lavora ancora alle fondamenta Mou, ma la sua strategia è chiara. Non si tratta di mistica dell'accerchiamento, quanto di coesione all'interno dell'avamposto. Per individuare meglio l'altro da sé e fronteggiare ogni assalto, anche quello dall'esito più scontato. Così si crea il senso del gruppo: lo stesso che porta mezza squadra a sacrificarsi in ruoli inediti, o gli attaccanti a fare i difensori, o i panchinari a esultare come i titolari. Così si può. Con lui alla guida. Un mezzo miracolo gli è già riuscito: prima del suo avvento i romanisti erano un popolo sparpagliato, senza riferimenti, in balia di chi alla Roma si avvicina solo per evocare la battuta d'arresto. Ora sono di nuovo un blocco unico intorno al proprio condottiero. Altro che rassegnazione, qui si viaggia in direzione ostinata e contraria.