Caro Tonino, come tutta la redazione del Romanista ho seguito anche io con angoscia l'evoluzione della drammatica vicenda dell'aggressione a Riccardo Bernardini, il giovane arbitro vigliaccamente colpito al Francesca Gianni di San Basilio al termine della partita Virtus Olimpia-Atletico Torrenova di Promozione. La cosa, come sai, mi tocca quattro volte: come amante del calcio, come giornalista, come papà di un ragazzo che gioca (in una squadra juniores) e come tesserato Figc del Comitato Regionale Lazio nella mia qualità di allenatore di settore giovanile (nello specifico, di una squadra militante nel campionato Under 17 Eccellenza, l'Athletic Soccer Academy). Non mi piace mischiare i ruoli e per quanto possibile cerco sempre di tenerli ben distinti, ma stavolta ho sentito l'impulso di scriverti una lettera aperta per raccontarti, da giornalista e in prima persona, anche quel che vedo come allenatore ogni sabato e ogni domenica, quando salto tra gli stadi in cui si disputano le partite della Roma e i mille campi (polverosi, li si definiva una volta quando si voleva suggestivamente precipitare nell'argomento, ma adesso la pozzolana non c'è quasi più: ora la maggior parte dei campi in cui si gioca sono di erba sintetica, spesso di ultimissima generazione) in cui si giocano le gare dei dilettanti o dei settori giovanili. E sì perché la mia appartenenza alla società per cui alleno gli Allievi, mi porta spesso anche a presenziare alle partite della prima squadra (in seconda categoria) o a quelle delle altre categorie di settore giovanile. E quel che vedo ogni settimana è davvero preoccupante.

Non ti farò denunce, non scriverò nomi di società o fatti specifici di cui sono stato testimone. Non sono qui per puntare l'indice contro qualcuno e oltretutto non mi è capitato di assistere direttamente ad episodi gravi come quelli accaduti una decina di giorni fa a San Basilio: nel caso le mie denunce le avrei fatte a un commissariato di pubblica sicurezza e non sul giornale. Vorrei semplicemente provare a trasferirti, però, una sensazione che ho avvertito molte volte in questi anni in cui ho avuto il piacere e l'onore di guidare dalla panchina un gruppo di ragazzi più o meno dotati tecnicamente ma tutti inderogabilmente con la stessa voglia di divertirsi prendendo a calci un pallone. E quella sensazione a volte mi ha strozzato quello stesso piacere in gola. Perché capivo che a volte sarebbe bastato un gesto o una risposta vocale o una reazione fisica (da parte mia o di tanti altri virtuosi protagonisti di queste domeniche: che si trattasse di un altro allenatore, di un dirigente, di un arbitro, di un giocatore, di un genitore o di un semplice tifoso) agli input degli innumerevoli provocatori che popolano questi campi. Il problema per me è proprio questo: gli agenti provocatori.

Sono mischiati ovunque: fra i ragazzi in campo che cercano di migliorare la loro prestazione tecnica minacciando fisicamente l'avversario con insulti indicibili e promesse di conti da regolare a fine partita, fra gli allenatori che vorrebbero arbitrare al posto degli arbitri, tifare al posto dei tifosi, allenare l'altra squadra al posto del tecnico avversario e spesso giocare al posto dei giocatori propri e avversari, fra quei dirigenti che si fanno sempre maggior forza quando stanno "a casa loro", con questo concetto sbandierato della "casa loro" in cui vogliono imporre deroghe a regole condivise che mi ha sempre fatto rabbrividire (pensando ai vecchi insegnamenti di chi mi ha educato dicendo che, a maggior ragione, a casa tua devi garantire il miglior soggiorno possibile ad ogni ospite). Ci sono proprio vecchie scuole di pensiero (di rappresentanti di ognuna di queste categorie) che teorizzano addirittura la produttività di questi comportamenti: perché la minaccia può determinare la decisione conseguentemente favorevole di un arbitro, la scelta di un allenatore, l'efficacia di un giocatore, la volontà di un altro tifoso. E tutto si fa in onore di sua maestà "il risultato", l'unico obiettivo che questi signori conoscono e perseguono.

Questa sottocultura, purtroppo sbandierata anche da pluridecorate società professionistiche che se ne fanno addirittura vanto, produce mostri. Siamo tutti d'accordo che la vittoria è il naturale sbocco di un lavoro ben fatto per un gruppo sportivo di valore e anche che il calcio è un gioco maschio in cui l'aspetto agonistico ha una rilevanza non secondaria. Ma gli uomini di cartone che con metodi da guappo vorrebbero incidere sul palmares della propria squadra producono effetti contrari. Generano la sconfitta dell'uomo, prima che quella dello sportivo. E spingono le personalità più fragili a farsi giustizia sommaria quando il risultato non arriva. Questo è il nemico da combattere. Con la potenza del pensiero intellettuale.