Un gol fatto di testa ma col cuore. C'è questa sintesi nel pareggio a 4' dalla fine di Gianluca Mancini: la determinazione di una squadra che non s'arrende e attacca e sa come farlo, l'esplosione sotto la pioggia su uno scivolo d'erba fatto di gioia senza sapere dove andare. Cortocircuito fra illuminismo e romanticismo, altro che le ragioni del cuore di Pascal, l'abbraccio e l'urlo di Ibanez, Mancini e Villar. La Roma. È finita con un'altra esultanza sporca, bagnata, smodata, proprio sotto la Sud quasi a provocare il vuoto che la abita, con il cuore lanciato oltre l'ostacolo: ma lo devi sapere gettare, altrimenti lo butti via. Il dato di ieri è che la Roma ha detto letteralmente no alla sconfitta, ha detto no alla sua Napoli e alla sua Bergamo. Ha differito quei copioni, soprattutto quello con l'Atalanta. Perché dopo l'1-2 di Hakimi l'inerzia era quella di un crollo, di un'altra lezione, per non parlare di tutte quelle altre che avremmo dovuto sorbirci da altri pseudo dottorini (manco dottori). La Roma, che stava già un po' scemando negli ultimi minuti del primo tempo, nel secondo non è proprio scesa in campo, incantata da quelle fatalità che ogni tanto la rapiscono, quasi inerme all'Inter e alla sua rosa multimilionaria. Non c'era cenno, sembrava già averla salutata la partita, così come a Napoli appunto, a Bergamo soprattutto. A Milano col Milan quando pure aveva rimontato tre volte non aveva mai dato l'impressione di essere andata altrove dalla gara; le rimonte col Benevento o con lo Young Boys non possono essere un paragone: ieri - è questo il dato - per la prima volta la Roma ha reagito quando era più difficile farlo, quando farlo costituiva la differenza. L'ha fatta. Ha controsterzato, è andata controvento, in direzione veramente ostinata e contraria col suo marchio speciale di essere Roma. Che è esattamente tutta quello che è successo dopo il gol in campo e nelle case dei tifosi della Roma. Il pandemonio.
È semplicemente una crescita questa, tanto più che l'Inter poi si è dimostrata quella squadra forte e costruita - checchenedica Conte - non per arrivare agli stessi obiettivi della Roma. Ieri tutto questo in campo a un certo punto era evidente, ma la Roma non c'è stata, s'è voluta difendere l'imbattibilità casalinga, il terzo posto, la soddisfazione di rovinare la festa alla favorita, e chissà quante altre cose. E forse la più importante di tutte è arrivata dopo il pareggio, quando la Roma ha continuato ad attaccare e a cercare di vincere, un po' perché forse ormai aveva capito che quello è il suo dna, un bell'altro po' perché forse non voleva rinunciare al sogno e a dare un'altra grande soddisfazione ai suoi tifosi. Che magari, stremati, dopo il pari l'avrebbero chiusa lì, senza altri rischi, con la soddisfazione di una bella rimonta e la voglia di respirare in attesa della prossima partita. Quella in cui qualsiasi gol (di testa, di destro, di braccio, di sinistro, di tacco) sarà un gol di cuore. Con tutto il cuore. È bello pensare che la Roma ci arrivi continuando ad attaccare anche durante questi cinque giorni. Così, per farci compagnia.