Non ha mai smesso di piovere, il campo pesante, l'avversario "arcigno", la partita che non si sblocca, il solito arbitro, i risultati (quasi) tutti brutti che arrivano dagli altri campi, i fantasmi della prima dell'anno o direttamente della Befana che da queste parti arriva quasi sempre col carbone, poi Dzeko. Gol. Apertura di Cristante, cross di Karsdorp e il tocco di prima, senza vedere, trasformando tutto l'elenco di sopra in un urlo. L'unica cosa che è mancata alla Roma ieri è stata l'esultanza che ci sarebbe stata in Curva Sud dopo una gara in cui non ha mai smesso di piovere, col campo pesante, l'avversario "arcigno", la partita che non si sblocca, il solito arbitro, i risultati (quasi) tutti brutti che arrivano dagli altri campi, i fantasmi della prima dell'anno o direttamente della Befana che da queste parti arriva quasi sempre col carbone, poi... sarebbe stato il pandemonio.

Partite come ieri sono quelle che adori vincere da romanista. Non il Brasile (anche se a un certo punto Cristante, Pellegrini, Mancini lo hanno fatto camminando sulle acque), non contro l'avversaria di prestigio, ma nella maniera più romanista possibile e soprattutto nella circostanza in cui tutti avevamo paura di non vedere proprio questo: tigna, determinazione, concentrazione, attenzione, sofferenza, fino al pandemonio mancato. Più che il colpo, solito elegantissimo gesto superiore di Dzeko, più che la classifica che dice terzo posto, sono l'esultanza di Karsdorp con Karsdorp, il recupero al 90' di Mkhitaryan dopo aver sbagliato forse il primo pallone della partita dall'altra parte del campo, persino il fallo di Cristante sull'arbitro, le immagini care al cuore di questo 1-0 più pesante del campo. L'anno scorso alla prima dell'anno col Toro eravamo evaporati davanti a una trentina di inutili tiri, oggi abbiamo vinto con una rete senza prenderne nessuna.
È una risposta innanzitutto alle nostre paure di romanisti. Perché se hai un terzino rigenerato che esulta da solo per la Roma, il più esperto e il più forte insieme a Dzeko, come Mkhitaryan, che corre fino all'ultimo minuto per la Roma, e tutto un reparto difensivo che si aiuta, ti senti più sicuro. Per non parlare di Villar che ormai sembra giocare facile come a calcetto anche su un campo del genere o la solita generosità da dna di Veretout (da questo punto di vista stonano soltanto i minuti giocati da Perez). Cose da Roma che contro la Sampdoria ci stanno sempre bene: contro la Samp abbiamo visto Bruno Conti in Curva Sud che era un 30 maggio (anche se di finale di Coppa Italia), Giacomino segnare senza una spalla, l'esordio da titolare di Totti, il gol all'ultimo minuto con la Roma di Toninho Cerezo, la prima partita del Commando. Poi ieri si giocava con una maglia che ricordava prima di una frase (la Roma non si discute si ama) che è anche il titolo del nostro inno, l'uomo che l'ha coniata: Renato Rascel, un gigante della cultura troppe poche volte ricordato. E soprattutto la circircostanza in cui l'ha detta, il giorno della retrocessione della Roma in serie B: «La Roma è in serie B, viva la Roma. La Roma non si discute si ama». Pochi sanno che era un 17 giugno. Del 1951 o del 2001 se sei romanista fa lo stesso. È un pandemonio.